Ricevo molte lettere e, quasi sempre, finiscono per accompagnare il mio lavoro perché sono una straordinaria chiave di lettura del presente. Le storie degli altri raccontano il nostro tempo, le sue contraddizioni e la complessità dell'essere umano molto più di qualsiasi opinione.In un'epoca che ci abitua a osservare le vite altrui come un confronto permanente, accade però qualcosa di paradossale. Le storie degli altri sembrano servirci soprattutto a misurare ciò che ci manca. Guardiamo chi è più felice, più amato, più fortunato, più ricco. L'altro diventa facilmente il termine di paragone delle nostre insufficienze, alimentando un circuito di invidia, giudizio e competizione che finisce per impoverire perfino l'empatia. Eppure alcune storie producono l'effetto opposto. È accaduto leggendo la lettera di Maria Rosa Marsilio.Maria ha cinquantasette anni, è una nonna, ma mi ha raccontato cosa abbia significato crescere orfana di padre. Ho trovato il suo scritto straordinario perché affronta uno dei grandi rimossi del nostro tempo. Della morte e dell'assenza si parla sempre meno. Perfino gli algoritmi sembrano respingerle, perché impongono una cosa che la contemporaneità fatica ad accettare, come fermarsi.«Era la seconda metà degli anni Settanta, non c'era quel "politically correct" che magari oggi mi avrebbe protetta», scrive Maria . «Ero orfana di padre dalla tenera età. Io ero quella bambina delle elementari a cui la maestra diceva di fare il tema sull'albero di pesco invece di fare quello sul papà, che facevano tutti gli altri. Sempre io quella ragazzina che diceva venti volte grazie ai padri delle amiche che la riaccompagnavano a casa dopo la palestra. Io ero quella che non aveva nessuno fuori ad aspettarla. Mia mamma lavorava tutto il giorno, non esistevano social, cellulari, distrazioni. C'era solo la cortesia degli altri genitori».Maria, però, non lascia che sia il risentimento a dare forma alla sua identità.«L'amore, quello potente, senza riserve, quell'amore di un padre che io non conoscevo, lo rubavo letteralmente dai volti degli altri papà. Dai loro gesti premurosi, dalla loro presenza nella logistica del quotidiano. Rubo sensazioni, odori, emozioni, sguardi ancora oggi che ho quasi sessant'anni e dovrei smettere. Ma ho compreso che non si smette mai di amare anche chi non abbiamo avuto accanto e non ha neppure potuto provarci. Questo amore per un padre che non ho conosciuto mi porta ad amare tanto e tutto. Quella parola, “orfana”, che mi sembrava una sconfitta è stata per me motivo di orgoglio, un trampolino per costruirmi come persona migliore, di cui sicuramente mio padre sarebbe fiero».Questa lettera racconta un'altra possibilità: imparare dall'amore degli altri senza desiderare di sottrarglielo.Trasformare una mancanza in uno strumento di conoscenza invece che in una condanna. È un passaggio che va oltre la vicenda personale. Le storie non servono soltanto a emozionarci o a confermare le nostre idee, a farci sentire al sicuro. Servono soprattutto ad allargare il perimetro della comprensione e a pensare che esiste un altro punto di vista e a volte è migliore di ciò che pensavamo.