Sono laureata in sociologia e comunicazione visiva e

digitale, recensisco musica, leggo per imparare a scrivere, mi nutro di (auto)

ironia e cerco di fare pa…

La verità è che mi piacciono le storie in cui si piange. Mi piacciono i racconti fatti di persone che hanno problemi quotidiani: il lavoro da gestire, le bollette da pagare, i figli da crescere, i segreti da custodire, le assenze da sopportare. Storie in cui nessuno è mai completamente risolto, nessuno è davvero salvo. «Storia della mia famiglia» è uno di quei prodotti seriali che costringono a guardare dentro alle relazioni umane, dentro a ciò che ci tiene insieme anche quando tutto sembra spingerci a separarci. La prima stagione cominciava con Fausto, un malato terminale che sa di avere poco tempo davanti e che decide di impiegare gli ultimi mesi della sua vita in un modo insolito: organizzare il futuro di chi resterà. Fusto non combatte contro il destino, non si rifugia nella disperazione. Fa qualcosa di molto più oneroso: costruisce una rete. Mentre il suo corpo si avvicina alla fine, mette insieme le persone che ama e affida loro il compito più difficile: continuare a essere una famiglia dopo di lui.

(Foto Chiara Calabrò / Netflix)