C’è un estraneo nella stanza dei figli. Non entra dalla porta, non ha bisogno di un invito: è un compagno artificiale californiano, colto, mai stanco, sempre disponibile. Lo ha raccontato bene Andrea Laudadio in prima pagina su questo giornale, ed è un ritratto efficace. La domanda che solleva è quella giusta: per i minori, oggi, l’Intelligenza Artificiale è più rischiosa dei social. Ma è nella risposta a quella domanda che vale la pena, con lui più che contro di lui, andare un passo più in là.
Il divieto social è un’illusione
Perché la prima reazione a quella paura, la sua e quella di chiunque abbia un figlio, è comprensibile. La seconda, quasi automatica in questa stagione politica, è chiedere che si vieti. Vietare l’accesso, vietare la fascia d’età, vietare il telefono a scuola. È la stessa reazione che l’Australia ha trasformato in legge, che la Francia sta trasformando in prassi, che la Germania discute. Ed è una reazione comprensibile. Ma è anche, culturalmente prima ancora che politicamente, un’illusione. Il divieto funziona come segnale, non come tecnica. Lo dimostra il caso Character.AI, multato dal Garante della privacy per 150mila euro con una motivazione che vale più di mille analisi: la verifica dell’età non funziona. Non è un dettaglio tecnico superabile con un aggiornamento.









