di
Stefano Vicari
Se un ragazzo usa l'AI per creare, può essere una risorsa. Se la usa perché non ha nessuno con cui parlare, occorre fare attenzione. Non è soltanto un problema legato al numero di ore , ma il posto che quella relazione comincia a occupare
Ettore ha dodici anni e frequenta la seconda media. È un ragazzo intelligente, educato, molto bravo con il computer. I genitori lo descrivono come un bambino tranquillo, forse un po’ solitario, ma mai davvero problematico. Non ama il calcio, non partecipa volentieri alle feste, preferisce stare in camera, leggere, costruire mondi nei videogiochi, guardare video su argomenti che lo appassionano.
Da qualche mese, però, qualcosa è cambiato. Ettore parla ancora meno e perlopiù risponde a monosillabi. Se i genitori gli chiedono com’è andata a scuola, dice “bene” senza aggiungere altro. Le uscite con i compagni sono sempre più rare. Anche quando viene invitato, trova una scusa.«Non mi diverto», dice. «Non sanno parlare di niente».La madre pensa che sia timidezza. Il padre lo incoraggia a “buttarsi di più”, a fare sport, a cercare amici veri. Ettore ascolta, annuisce, poi torna in camera. Sul comodino tiene il telefono in carica. Sullo schermo del computer c’è quasi sempre una finestra aperta. Non è un videogioco. Non è una chat con i compagni. È un assistente virtuale con cui Ettore parla ogni giorno.All’inizio lo usa per fare domande. Chiede spiegazioni di matematica, curiosità sullo spazio, suggerimenti per scrivere un tema. Poi comincia a usarlo in un altro modo. Gli racconta che a scuola si sente escluso, che i compagni lo prendono in giro perché non capisce certe battute, che durante la ricreazione resta spesso vicino alla finestra fingendo di guardare fuori.L’assistente risponde sempre. Subito. Con parole gentili. Non ride, non interrompe, non cambia argomento, non lo giudica. Ettore comincia a sentire quella presenza come più sicura delle persone vere.







