Se due genitori si turbano per la figlia che sta con un immigrato irregolare, come reagiranno a un figlio che ha una «fidanzata AI», creata dall’Intelligenza Artificiale? Sì, succede già che ragazzi di «innamorino» di un o una chatbot. La domanda è stata posta dallo storico Yuval Norah Harari intervistato giorni fa dalla direttrice dell’Economist. Lo storico israeliano ha immaginato questo caso per sostenere che l’immigrazione sulla quale i governi si scontrano e si rompono la testa è destinata in breve tempo a essere di gran lunga superata da un’immigrazione ben più potente e pervasiva, l’«immigrazione AI».

Harari è massimamente preoccupato dagli sviluppi che l’Intelligenza Artificiale avrà sull’umanità, pensa che, se non si reagisce subito alla sua forza dirompente, tra un decennio ne saremo vittime. E in questo canale di pensiero mette in secondo piano la portata dei problemi creati dalle migrazioni fisiche qui e ora, sorvola sul destino di migliaia di migranti (si può sperare che sia l’AI stessa a dare loro una prospettiva diversa). Ma coglie un vuoto disorientante nelle discussioni e nelle politiche dei governi: la mancanza di una conversazione seria e urgente su quella che probabilmente sarà una delle maggiori e più profonde trasformazioni affrontate dall’umanità, appunto l’espandersi dell’Intelligenza Artificiale a tutte le attività.