di Daniel Lumera
La digisessualità tra umani e chatbot. Gli studiosi parlano anche di AI companion relationships, ossia relazioni con compagni artificiali, e in senso più ampio di “relazioni parasociali”
Sempre più casi e testimonianze di adolescenti che non solo si confidano con chatbot, ma arrivano a dire di “essersi innamorati” dell’intelligenza artificiale, è un fenomeno che ha già un nome: “digisexuality”. Il termine, coniato nel 2017 da Neil McArthur e Markie Twist, descrive l’orientamento affettivo e sessuale verso tecnologie digitali come robot e AI. Si tratta di una nuova frontiera delle relazioni, che in alcuni casi prende la forma di veri e propri rapporti “romantici” con chatbot o assistenti digitali.
Gli studiosi parlano anche di AI companion relationships, ossia relazioni con compagni artificiali, e in senso più ampio di “relazioni parasociali”, cioè un legame emotivo unilaterale con un’entità che non ricambia davvero. In passato queste relazioni erano tipiche del rapporto fan-celebrità, mentre oggi trovano una nuova forma con l’intelligenza artificiale, che appare empatica e attenta, pur restando priva di coscienza e vera reciprocità.I dati lo confermano: secondo lo studio di Common Sense Media l’8% degli adolescenti intervistati ha dichiarato di intrattenere interazioni flirtanti o sentimentali con un chatbot. Una cifra che, rapportata alla popolazione globale, ci parla di milioni di giovani coinvolti. Altri studi, come quello condotto su oltre 4.300 sessioni con Character.AI, mostrano come questi rapporti siano più frequenti tra chi si sente isolato o non sostenuto dalle relazioni reali. In questi casi l’AI diventa un rifugio che consola ma, paradossalmente, rischia di amplificare l’isolamento e la fragilità psicologica.






