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Sandro Spinsanti

Cresce il numero di giovani, e non solo, per i quali l’AI prende il posto dello psicoterapeuta. Con il chatbot c’è una relazione comoda ma illusoria, perché manca l’elemento di verità che è veicolato dall’interscambio personale

L’Intelligenza Artificiale (AI) non cessa di stupirci. E di preoccuparci. Il suo campo d’azione si amplia ogni giorno. Ora siamo invitati a portare la nostra attenzione su un suo sottoprodotto, che potremmo chiamare «gentilezza artificiale». La qualifica di artificiale affibbiata alla gentilezza non ha nulla a che fare con un eventuale atteggiamento ipocrita di chi la manifesta. È collegata all’AI, precisamente ai chatbot con cui si può dialogare. Molti giovani ricorrono a questi strumenti come partner per una conversazione. A loro chiedono consiglio, supporto, si interfacciano in una dimensione che sentono intima e protetta. La segretezza è considerata il grande valore di questo rapporto. Niente a che vedere con la vita quotidiana, in cui gli interlocutori sono i genitori e gli insegnanti. Non solo la famiglia, ma anche la comunità educativa, rischia di essere disintermediata dal rapporto individuale con l’AI. Quando il dialogo con la «gentilezza artificiale» ha per oggetto problemi emotivi e disagi psicologici entriamo in un ambito che ha stretti rapporti con la psicoterapia.