Il dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nella cura della salute mentale è sempre più attuale e rilevante. L’interesse crescente per i chatbot conversazionali si colloca in un contesto storico in cui il benessere psicologico ha assunto una centralità inedita, anche in seguito alla pandemia da Covid-19 e alla rapida digitalizzazione dei servizi sanitari e assistenziali. A fronte di una crescente domanda di supporto psicologico, spesso non adeguatamente intercettata dai servizi tradizionali, sempre più persone si rivolgono spontaneamente a strumenti digitali, percepiti come accessibili, rapidi e privi di barriere sociali.

Modelli linguistici avanzati come ChatGPT vengono sempre più spesso utilizzati come primo contatto con un linguaggio psicologico: una forma iniziale di esplorazione del proprio mondo interno, un canale di sfogo o una presenza automatizzata che tenta di rispondere a domande e sofferenze personali. La disponibilità continua, la capacità di produrre risposte articolate e l’illusione di una relazione empatica ne aumentano l’attrattiva, soprattutto per fasce di popolazione che faticano ad accedere a forme di sostegno professionale.

In questo quadro, tali strumenti possono svolgere un ruolo complementare, agevolando l’alfabetizzazione emotiva o rappresentando una soglia d’ingresso verso la domanda d’aiuto. Tuttavia, la progressiva diffusione solleva interrogativi rilevanti in merito al confine tra supporto digitale e intervento psicologico specialistico, alla qualità dell’interazione che propongono, e alla possibilità – tutt’altro che remota – che vengano progressivamente percepiti come sostituti di una relazione clinica autentica e trasformativa. È proprio su questo crinale – tra funzione di facilitazione e rischio di sostituzione – che si gioca una delle sfide attuali più complesse della salute mentale.