Chi frequenta le piattaforme digitali si sarà accorto di come ci sia stata una progressiva spinta alla proposta di servizi di supporto di tipo psicologico, in costante aumento.Sin qui nulla di male, anzi, il fatto stesso che negli anni sia venuto meno un certo stigma verso la salute mentale e il ricorrere all’aiuto di professionisti per affrontare momenti di debolezza emotiva o crisi personali non può che essere visto in forma positiva.Ma che succede quando i servizi di questo tipo entrano in ambienti governati da algoritmi, intelligenza artificiale e da logiche di massimizzazione delle performance? Forse qualche riflessione va fatta, soprattutto se si pensa ai nativi digitali, nello specifico i ragazzi della Generazione Z (nati tra 1997 e 2012), che considerano questi ambienti virtuali come una naturale estensione della realtà.Contesti in cui si è costantemente bombardati da contenuti che puntano a proporre modelli incentrati sulla perfezione di sé, sia a livello fisico che performativo, sono infatti ambienti ideali per fare leva sui punti di debolezza e le crepe emotive che emergono nel corso dell’età giovanile (ma non solo) per chi fruisce di contenuti prodotti da content creator o influencer professionisti.Quindi diventa cruciale scegliere il supporto giusto muovendosi a cavallo fra reali psicologi, applicazioni, coach, corsi di vario tipo con una variabile molto critica di recente introduzione. Infatti, la grande novità apportata dall’intelligenza artificiale generativa permette non solo di dialogare con una macchina per farle fare delle cose, ma anche per parlare e chiedere opinioni, siamo quindi sicuri che usare questa funzione sia totalmente privo di rischi se lo si fa in modo del tutto simile a una seduta con un terapista?Indice degli argomenti