La divaricazione tra Stati Uniti e Israele rischia di diventare il punto focale di una grande crisi mediorientale, con riflessi drammatici per il mondo intero. Ora, dopo l’Iran e il Libano, per non parlare del mancato disarmo dei resti combattivi di Hamas a Gaza dopo ormai quasi tre anni tormentosi di conflitto, si estende al nucleare saudita. E la guerriglia degli Stretti, che si allarga con gli houthi a Bab el Mandeb, certifica lo stallo di una campagna militare e politica in stato prefallimentare. Trump non distingue tra alleati e clienti, è travolto dalla sua psicologia e dai suoi interessi di business, non afferra il senso delle informazioni della sua intelligence sulle ragioni della tenuta del regime a Teheran; e un impero il cui capo vuole salvare la faccia a forza di trucchi, legando uno dei maggiori confronti strategici della nostra epoca alla contingenza elettorale, si comporta peggio di una potenza riluttante, il caso Obama, e cento volte peggio di una classe dirigente che seppe coltivare con i fatti e con un impegno tremendo le conseguenze dell’11 settembre 2001, il caso di Bush e Cheney in Afghanistan e in Iraq. Non capire che l’Iran è una rivoluzione islamista, un campione semisecolare e pegno dello scontro di civiltà, non una rivolta della provincia imperiale, è esiziale, porta al rafforzamento invece che all’indebolimento e all’abbattimento del regime. Esiziale è non capire che l’accordo quadro con i grandi stati sunniti e le petromonarchie del Golfo, il famoso accordo di Abramo, è vincolato alla sconfitta del regime degli ayatollah e al taglio dei tentacoli della piovra teocratica, dal Libano allo Yemen a Gaza.Niente è peggio che esitare, ondeggiare, contraddirsi, mostrarsi insieme minaccioso, vanaglorioso e debole, niente è peggio che mostrarsi dipendente in senso tossico dal prezzo del carburante al gallone, niente è peggio che associare alla campagna contro l’Iran l’ambigua diplomazia del cedimento parziale sull’Ucraina e dell’appeasement intermittente con Russia e Cina, ripagata da Putin e da Xi Jinping con l’assistenza al suo nemico nel contrattacco contro le basi Usa del Golfo e in Giordania. Non è questione di Netanyahu, lo stesso problema si riproporrebbe con i suoi successori, se ci saranno, alla guida del governo di Gerusalemme. Non è un caso se il devastante attacco iniziale che decapitò il regime fu portato da Israele. Israele, con Netanyahu o con Eisenkot o con chiunque altro, è una grande rivoluzione nazionale laica, percorsa da fanatismi e impulsi fondamentalisti ma fedele in tanti decenni alle procedure e al significato profondo di una democrazia, malgrado il prezzo pagato dal sistema alla condizione di eterna belligeranza e di feroce accerchiamento. Quel paese e quel popolo sanno con chi hanno a che fare, perché c’è simmetria tra le rivoluzioni. Hanno l’orgoglio di uno stato-guarnigione e di una democrazia armata fino ai denti, prima di tutto da una volontà ferrea di difendersi e contrattaccare. Il loro bagaglio di informazioni è ingente, la capacità di penetrazione e infiltrazione nel regime che li minaccia, nei suoi gangli essenziali, ha dello sbalorditivo. Se in divaricazione con Israele, l’America di Trump, e se è per questo anche quella dell’establishment democratico perdente, travolto dalle conseguenze della guerra di Gaza, non andrà da nessuna parte.Non è ovviamente in discussione l’alleanza con i sauditi, che dura fra contraddizioni e radicali ambiguità da decenni e si è intensificata con gli accordi di Abramo estendendosi al Golfo Persico, è in discussione la pretesa di guidare Israele come fosse un modellino di quelli usati come soprammobili nello studio ovale della Casa Bianca. Il nucleare saudita è una nuova trappola, tanto più intollerabile per Israele visto che l’attacco al nucleare iraniano per adesso è fallito o è riuscito solo nella dilazione e nel danneggiamento, senza svellere strutture e siti contro i quali Gerusalemme combatte da decenni.
La trappola del nucleare saudita è la spia dello stato fallimentare della campagna militare e politica di Trump
Non è ovviamente in discussione l’alleanza con i sauditi, che dura fra contraddizioni e radicali ambiguità da decenni e si è intensificata con gli accordi di Abramo estendendosi al Golfo Persico. È in discussione la pretesa di guidare Israele come fosse un modellino di quelli usati come soprammobili nello studio ovale della Casa Bianca












