L’annuncio del presidente americano Donald Trump su Truth Social ha trasformato un’intesa apparentemente tecnica, il “123 agreement” sul nucleare civile, in un vero e proprio detonatore geopolitico capace di ridisegnare gli equilibri mediorientali.

L’accordo, firmato il 22 luglio 2026 dal segretario all’Energia statunitense Chris Wright e dal ministro saudita Abdulaziz bin Salman, si colloca al crocevia tra le ambizioni energetiche di Riad, l’irrisolta questione palestinese e i crescenti timori legati alla non proliferazione.

La Casa Bianca ha scelto una leva senza precedenti: subordinare integralmente il via libera al programma nucleare saudita all’adesione del Regno agli Accordi di Abramo, di fatto imponendo la normalizzazione con Israele.

Una svolta netta rispetto a maggio 2025, quando indiscrezioni lasciavano intendere che Washington intendesse scindere il dossier energetico dalle richieste sul fronte israelo-palestinese. Il tentativo di Trump di incassare un trofeo diplomatico di tale portata si scontra però con una realtà regionale altamente volatile.

Per l’Arabia Saudita, la condizione posta è oggi “politicamente tossica”. Il Ministero degli Esteri e il principe ereditario Mohammed bin Salman hanno ribadito più volte – da ultimo nel febbraio 2025 – che non vi sarà alcuna normalizzazione senza la nascita di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale, e la fine delle ostilità a Gaza.