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Stefano Agnoli

Usa e Arabia Saudita firmano un'intesa per la cooperazione sulle centrali nucleari destinata a durare decenni. Ma la grande alleanza solleva dubbi sul fronte delle armi atomiche: nel mirino c’è Teheran

Mercoledì scorso il Dipartimento dell'Energia americano annuncia in poche righe che il segretario Chris Wright e il ministro saudita dell'Energia Abdulaziz bin Salman hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare pacifica ai sensi della Sezione 123 dell'Atomic Energy Act, più un accordo bilaterale di “safeguards”. Insieme, dice il Department of Energy, sono «la base giuridica di una partnership pluridecennale da molti miliardi di dollari». Giovedì il presidente Donald Trump scrive su Truth che in quell'accordo “non ci sarà arricchimento di materiale”, e che l’intesa sarà comunque «totalmente subordinata» all'ingresso dell'Arabia Saudita negli Accordi di Abramo.

I punti chiave dell’intesaCiò che si sa in più rispetto all’ufficialità viene dalle ricostruzioni che hanno preceduto il post del presidente. Il Wall Street Journal, ad esempio, ha scritto di un'intesa trentennale che non solo riserva alle imprese americane la fornitura di reattori, ma prevede uno studio congiunto di due anni proprio sull'opportunità di arricchire uranio in territorio saudita. E solo se l'esito sarà positivo si costruirà un impianto, gestito da americani in configurazione «black box», cioè senza trasferimento di tecnologia. Secondo altre fonti, nell’accordo mancherebbe il cosiddetto «gold standard», la rinuncia formale ad arricchimento e riprocessamento, e non ci sarebbe neppure l'adesione saudita all' «Additional Protocol» dell'Aiea, il protocollo che consente i controlli nei siti non dichiarati. Per questa lacuna Trump avrebbe firmato una deroga.