Come una volta quello sulla morte di Mark Twain, l’annuncio di un accordo tra gli Usa e l’Arabia Saudita per fornire alla monarchia wahabita un programma nucleare civile, si è rivelato prematuro. Non abbastanza, tuttavia, da impedirne un effetto che allarma la comunità internazionale, ripropone lo scenario di una corsa generalizzata al riarmo atomico e soprattutto riflette un mondo instabile, dove gli alleati dell’America cercano capacità nucleari autonome per tutelarsi da vicini rapaci, mettersi al sicuro da ricatti energetici e non ultimo compensare il restringersi della garanzia di sicurezza fin qui offerta dagli Stati Uniti. Di più, esso conferma la dissennata ricerca di contratti miliardari da parte di un presidente, che in nome del «rinascimento nucleare», leggi i profitti di Westinghouse e simili, è disposto perfino ad aggirare i severi standard della non proliferazione in una regione già pericolosamente in fiamme.
Ma andiamo per ordine. Nell’ennesima torsione da guitto, Donald Trump, forse colto di sorpresa dalla levata di scudi registratasi a Washington sia tra i democratici sia tra i suoi repubblicani, ha cercato di correggere il tiro, aggiungendo via Truth che l’intesa è «totalmente subordinata» all’accettazione da parte saudita degli Accordi di Abramo, cioè al riconoscimento di Israele. Se così fosse, non ci sarebbe nulla di nuovo: anche il suo odiato predecessore Joe Biden nel 2023 aveva detto chiaro e tondo a Mohammed Bin Salman, già allora in cerca di tecnologia nucleare, che ogni cessione di know-how americano a Riad passava per lo stabilimento di rapporti diplomatici con lo Stato ebraico. L’Arabia Saudita ha sempre risposto che questo sarebbe possibile solo di fronte a un concreto impegno israeliano verso la creazione di uno Stato palestinese.











