Ci sono attori che il pubblico identifica con un personaggio. E poi ce ne sono altri che, nel corso degli anni, finiscono per abitare tante vite diverse da sembrare quasi irriconoscibili, come Fabrizio Lopresti. Per molti è il volto di Daiana, di Batman Renato e di quella galleria di personaggi che hanno reso Sensualità a Corte uno dei fenomeni più longevi e amati della comicità televisiva italiana. Ma basta allontanarsi di pochi passi da quella maschera perché emerga un percorso molto più ampio, costruito nel tempo con la pazienza di chi ha scelto il mestiere prima ancora del successo. Nato a Genova, formatosi tra il Teatro Stabile, il Teatro della Tosse e il cinema di Paolo Virzì e Francesco Bruni, Fabrizio Lopresti è attore, regista, autore e giornalista. Ha diretto programmi televisivi, scritto documentari, continuato a fare teatro e a insegnare, senza mai smettere di considerare la formazione un dovere prima ancora che un’opportunità. Una traiettoria artistica che tiene insieme il rigore del palcoscenico e la leggerezza della comicità, la scrittura e la regia, il lavoro dietro la macchina da presa e quello davanti all’obiettivo. Lo abbiamo incontrato al LIFF13, il Lamezia International Film Fest, dove è stato protagonista di una masterclass dedicata ai giovani attori. Non è un dettaglio. L’edizione di quest’anno porta un titolo che è già una dichiarazione d’intenti, Luce dei miei occhi: un invito a rallentare lo sguardo, a cercare quello che normalmente sfugge, a lasciarsi interrogare dal cinema prima ancora che intrattenere. In questo contesto, parlare con Fabrizio Lopresti per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie significa anche provare a capire cosa rimane quando i riflettori si abbassano e il personaggio lascia il posto alla persona. La conversazione prende presto una direzione inattesa. Non è l’intervista a un attore che racconta la propria carriera per tappe. È il racconto di un bambino che costruiva un palcoscenico nel salotto di casa insieme ai fratelli, facendo pagare il biglietto ai vicini del condominio; di un ragazzo che affrontava i provini senza avere i soldi per il treno; di un professionista che continua a convivere con l’insonnia trasformandola, notte dopo notte, in pagine da scrivere e progetti da immaginare. C’è una frase che attraversa quasi tutto il dialogo, anche quando non viene pronunciata apertamente: il lavoro artistico non è mai un punto d’arrivo. È un modo di stare al mondo. Per questo Fabrizio Lopresti parla dei suoi maestri con la stessa gratitudine con cui ricorda i sacrifici dei genitori; racconta il teatro come uno strumento capace di curare prima ancora che di formare; ammette le proprie fragilità con una sincerità che raramente appartiene a chi è abituato a vivere davanti a una telecamera. E allora, forse, il personaggio televisivo resta soltanto la porta d’ingresso. Dietro c’è un uomo che continua a sentirsi un apprendista, che non considera conclusa la propria ricerca e che, mentre insegna agli altri a raccontare delle storie, continua a cercarne una nuova da scrivere ogni mattina.
Fabrizio Lopresti, l’intervista all’attore: “L'insonnia? È lì che nascono i miei progettiˮ
Dal LIFF13 il racconto intimo di un artista tra teatro, regia e tv: il successo, i sacrifici, i genitori e il bisogno di creare






