“C

ome with me, and you’ll be in a world of pure imagination.”

C’è sempre un momento preciso, anche se spesso difficile da isolare con esattezza, in cui un certo immaginario comincia a farsi strada dentro di noi. Nel mio caso, se penso a Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, film del 1971 diretto da Mel Stuart, quel momento non coincide con una scena particolarmente spettacolare, ma con qualcosa di molto più semplice, una melodia, una voce, quella di Gene Wilder, che quasi pare un invito. Ricordo che era probabilmente il pomeriggio di Natale, con la televisione accesa fin dal mattino presto. E poi, all’improvviso, quel brano.

Non sapevo cosa significasse davvero, non completamente almeno. Eppure quelle parole ascoltate da bambino senza filtri, senza bisogno di interpretazioni avevano qualcosa di profondamente magnetico. Non era solo una canzone, “Pure Imagination”, era una sorta di porta. Una di quelle porte che non ti accorgi nemmeno di aver attraversato, finché non sei già dall’altra parte. La trama del film è semplice: c’è questo bambino, Charlie, che vive in una situazione piuttosto complicata, in una piccola casa e con una famiglia molto povera che fatica ad andare avanti. Quel letto condiviso con quattro nonni sembra uscito da una fiaba raccontata troppo a lungo. Si tratta di una realtà tristemente immobile, che però viene improvvisamente scossa da una notizia che si diffonde in tutto il mondo: la fabbrica di dolciumi di Willy Wonka, chiusa da anni e avvolta nel mistero, sta per riaprire le porte. Non a tutti, ovviamente. Solo a pochi fortunati. E qui entra in gioco l’idea dei biglietti d’oro, nascosti dentro alcune tavolette di cioccolato. Cinque in totale. I biglietti vengono trovati uno dopo l’altro, e insieme ai vincitori iniziamo a intravedere anche il tipo di mondo che ci aspetta, popolato da bambini pieni di difetti, quasi delle caricature. E poi, quasi contro ogni previsione, anche Charlie riesce a trovare il suo.