Ci sono film che scelgono di raccontare il presente attraverso il realismo e altri che provano a farlo restituendo allo spettatore qualcosa che sembra perduto: l’incanto. Greta e le favole vere, il nuovo film di Berardo Carboni, appartiene a questa seconda categoria. È una favola contemporanea che parla di crisi climatica, di speranza e di immaginazione, ma soprattutto della possibilità di guardare il mondo con occhi diversi, senza rinunciare alla complessità del tempo in cui viviamo. Al centro della storia c’è Greta, una bambina che intraprende un viaggio capace di mettere in dialogo realtà e fantasia, accompagnata da un orso polare che diventa guida, simbolo e custode di un universo in cui la meraviglia può ancora trasformarsi in un gesto concreto. Nel cast figurano, tra gli altri, Sara Ciocca, Donatella Finocchiaro, Raoul Bova, Sabrina Impacciatore, Demetra Bellina e Federico Cesari, protagonisti di un racconto che unisce live action, animazione e un sofisticato lavoro in CGI. Presentato al Giffoni Film Festival, il film segna una nuova tappa nel percorso del regista di Shooting Silvio e Youtopia, che sceglie la forma della fiaba per continuare a interrogarsi sugli stessi temi che attraversano da sempre il suo cinema: il rapporto tra etica e immaginazione, la responsabilità dello sguardo, la possibilità di costruire un futuro diverso. In vista dell’uscita nelle sale, prevista per il 6 agosto con Vision Distribution, Berardo Carboni si racconta con una lunga intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Un dialogo che prende le mosse da Greta e le favole vere, ma che ben presto si allarga al suo modo di intendere il cinema e al filo rosso che attraversa tutta la sua filmografia. Dai toni corrosivi di Shooting Silvio al disincanto di Youtopia, fino a questa fiaba contemporanea, il suo sguardo non ha mai smesso di interrogarsi sul presente, sulle sue contraddizioni e sulla possibilità di immaginare un’alternativa. Se cambiano i linguaggi, resta immutata la tensione etica che anima il suo lavoro: l’idea che il cinema non debba limitarsi a raccontare il mondo, ma possa contribuire, almeno in parte, a trasformarlo. È da questa convinzione che nasce una conversazione intima, sincera e sorprendentemente personale, nella quale il regista ripercorre vent’anni di carriera, riflette sul significato dell’incanto, sul rapporto tra arte e responsabilità e su quella domanda che continua ad accompagnarlo, film dopo film: come costruire un mondo migliore.