Ci sono uomini che passano una vita a cercare risposte. E poi ci sono quelli che imparano ad abitare le domande, come Fortunato Cerlino. Una specie sempre più rara. Non perché abbia trovato una verità più grande degli altri, ma perché sembra aver accettato una possibilità che la nostra epoca considera quasi scandalosa: che alcune delle questioni più importanti della vita non siano destinate a essere risolte. Mentre lo si ascolta parlare, ci si accorge che ogni domanda che gli si rivolge produce un effetto inatteso. Invece di restringere il campo, lo allarga. Invece di chiudere un discorso, ne apre un altro. Accade quando si parla di successo. Accade quando si affronta il tema del destino. Accade persino quando gli si chiede se crede in Dio. Le risposte di Fortunato Cerlino non hanno la forma delle certezze. Assomigliano piuttosto a sentieri. A volte tortuosi. A volte luminosi. Ma sempre orientati verso qualcosa che sta oltre. Forse perché Fortunato Cerlino, prima ancora che un attore, un regista o uno scrittore, è un cercatore. Del resto, tutta la sua storia sembra nascere da un movimento di ricerca. La ricerca di una casa che non coincide necessariamente con il luogo in cui si nasce. La ricerca di maestri capaci di lasciare dubbi invece che impartire lezioni. La ricerca di una forma d’arte che non sia esibizione dell’ego ma servizio. La ricerca di un altrove che non rappresenti una fuga dalla realtà, bensì un modo più profondo per comprenderla. È una parola che torna spesso durante quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie: altrove. Per molti, l’altrove è sempre stato il luogo dell’incertezza. La linea oltre la quale l’orizzonte finisce e comincia ciò che non si conosce. Per lui, invece, l’altrove è una promessa. Una porta socchiusa. La prova che il mondo non si esaurisce dentro i confini che vediamo. E allora improvvisamente anche Avemmaria, il suo primo film da regista al cinema dal 25 giugno scelto come titolo di apertura del Baaria Film Festival, a Bagheria dal 22 al 27 giugno, smette di essere soltanto un film ‘autobiografico’. Diventa il racconto di una tensione. La tensione tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Tra il peso della gravità e il desiderio dell’ascesa. Tra le voci che ci insegnano a restare al nostro posto e quelle che ci invitano a guardare la luna. Nel film, come nella vita di Fortunato Cerlino, il vero antagonista non è una persona. È una convinzione. L’idea che il destino sia immutabile. Che chi nasce in un certo luogo debba necessariamente restare confinato dentro i suoi confini materiali e simbolici. È contro questa forma di povertà, molto prima che contro quella economica, che combatte il piccolo Felice. Ed è contro questa stessa povertà dell’immaginazione che combatte ancora oggi l’uomo che lo ha creato. Non è un caso che, parlando della propria infanzia, Fortunato Cerlino non utilizzi mai il linguaggio della rivalsa. Non c’è alcuna celebrazione dell’uomo che ce l’ha fatta. Anzi. Diffida profondamente dell’idea del self-made man. Diffida del successo. Diffida delle persone che credono di avere tutte le risposte. Diffida perfino dell’idea di un io stabile e definito. Ciò che sembra interessargli davvero è altro. La possibilità che esista ancora qualcosa da cercare. Qualcosa oltre la prossima collina. Oltre la prossima storia. Oltre la prossima vita. Leggendo le sue parole, torna in mente una frase di Rilke: «Abbi pazienza verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e cerca di amare le domande stesse». Forse Avemmaria nasce esattamente da qui. Non dal desiderio di raccontare il bambino che Fortunato Cerlino è stato. Ma dal bisogno, ancora vivo, di continuare a camminare accanto a lui.