Ci sono uomini che costruiscono la propria vita accumulando certezze. Altri, invece, la costruiscono continuando a farsi domande, come accade a Enrico Sortino. Ascoltarlo significa entrare in un universo fatto di immagini prima ancora che di concetti. Per raccontare un’idea ricorre a una scala che non conduce mai allo stesso piano. Per spiegare il proprio carattere immagina un treno che continua a correre mentre qualcuno prova a raggiungerlo. Per descrivere la libertà parla di un bambino che non ha mai smesso di giocare. E, quando deve raccontare il mestiere dell’attore, Enrico Sortino non parte dal palcoscenico, ma da un principio quasi spirituale: togliersi di mezzo, perché soltanto allora un personaggio può davvero prendere vita. È una visione del teatro che finisce presto per superare i confini del teatro stesso. Perché, risposta dopo risposta, in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie emerge con chiarezza che la recitazione non è il centro del racconto di Enrico Sortino. Lo sono il dubbio, l’identità, il desiderio di restare fedeli a ciò che si è, anche quando questo significa rinunciare a un’opportunità, esporsi all’incomprensione o accettare di percorrere una strada diversa da quella degli altri. In un tempo che misura tutto attraverso il risultato, Enrico Sortino sembra muoversi secondo una logica opposta. Diffida del successo quando diventa un’etichetta, considera il fallimento soltanto una tappa del cammino e attribuisce valore quasi esclusivamente all’azione. Fare. Creare. Ricominciare. È questo il verbo che attraversa l’intera conversazione e che, lentamente, finisce per trasformarsi in una vera e propria filosofia di vita. Anche le ferite seguono la stessa direzione. L’ambizione nasce da un’assenza, il dolore diventa materia da trasformare, le sconfitte non vengono negate ma assorbite, fino a perdere la capacità di definire una persona. Non c’è alcuna ricerca di eroismo in questo sguardo. Semmai, la volontà ostinata di non permettere che siano gli eventi a stabilire chi si è. E poi c’è il bambino. Compare all’inizio quasi per caso, riaffiora più volte durante la conversazione e, senza che ce se ne accorga, diventa la chiave di lettura dell’intera intervista. Non come simbolo dell’innocenza o della nostalgia, ma come custode dello stupore. È quel bambino che continua a guardare il mondo senza smettere di interrogarsi, che difende il gioco come forma di libertà e l’immaginazione come esercizio di resistenza contro tutto ciò che pretende di irrigidire l’esistenza. Forse è proprio qui che si incontra il tratto più autentico di Enrico Sortino. Non nell’attore, nel regista, nel conduttore o nell’imprenditore. Ma nell’uomo che continua a considerare la vita un luogo da attraversare con curiosità, senza la pretesa di possederne le risposte. Perché, in fondo, è questa la sensazione che accompagna l’intera intervista: quella di trovarsi davanti a qualcuno che non ha mai smesso di cercare. E che, probabilmente, non smetterà mai.