Ci sono persone che, durante un’intervista, danno l’impressione di sapere esattamente dove vogliono arrivare. Hanno risposte precise, percorsi chiari, un racconto ordinato di se stesse. Ti parlano del lavoro, dei progetti, dei successi, dei prossimi obiettivi. Tutto sembra avere una direzione definita. Poi ci sono persone che, mentre parlano, sembrano ancora attraversare le proprie domande. Come Haroun Fall. Perché la sensazione, durante questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, è stata quella di trovarsi davanti qualcuno che non stava semplicemente raccontando la propria carriera, ma che stava provando a mettere ordine dentro una serie di frammenti. Identità, paure, responsabilità, dubbi, traumi, cambiamenti. Pezzi di vita che non vengono esposti come trofei, ma osservati quasi con la curiosità di chi cerca ancora di comprenderli. Ed è una sensazione strana. Perché quando si parla con un attore si pensa sempre che, in qualche modo, il centro della conversazione finirà per essere il cinema. I film, i personaggi, i set, i progetti futuri. Qui, invece, dopo pochi minuti, diventa evidente che il cinema è sì centrale ma quasi un pretesto. O meglio: è il linguaggio attraverso cui leggere altro. Perché Haroun Fall parla di un personaggio e, poco dopo, sta parlando della paura di fallire. Parla di un film e si ritrova a riflettere sul trauma. Parla di lavoro e finisce per interrogarsi sull’identità, sulla fragilità, sul peso delle aspettative. Torna spesso su una parola: caos. E lo fa in un modo curioso, perché Haroun Fall non ne parla come di qualcosa da eliminare. Non lo considera un nemico. Lo descrive quasi come una presenza inevitabile, qualcosa che accompagna ogni essere umano e che bisogna imparare ad attraversare. Forse perché negli ultimi anni ha attraversato molti passaggi insieme. La paternità arrivata in maniera inattesa. Le difficoltà personali. Le questioni legali. La necessità di ridefinire rapporti, amicizie, prospettive. La sensazione di trovarsi davanti a eventi che non aveva scelto e che, in qualche modo, hanno obbligato una parte di lui a crescere più in fretta. E poi ci sono i trent’anni. Che nel corso della conversazione tornano continuamente. Quasi come un ritornello involontario. Trent’anni come confine. Trent’anni come presa di coscienza. Trent’anni come momento in cui smetti lentamente di chiederti cosa vuoi diventare e inizi a chiederti chi sei davvero. Perché fino a una certa età si vive con l’idea che tutto sia ancora da costruire. Poi, a un certo punto, ti guardi intorno. Guardi chi è rimasto. Chi se n’è andato. Che cosa hai perso. Che cosa hai ottenuto. E soprattutto inizi a chiederti se la direzione che stai seguendo sia davvero la tua o quella che, per anni, hai pensato di dover seguire. Forse è anche per questo che questa conversazione finisce per allontanarsi continuamente dall’idea classica di intervista. Perché qui c’è un attore che parla del proprio lavoro, certo. Ma c’è soprattutto Haroun Fall, un uomo che riflette sul significato del successo, sul rapporto con le proprie origini, sul bisogno di sentirsi rappresentato e di rappresentare altri, sul peso della fragilità e sulla paura di non essere pronti davanti ad alcuni passaggi della vita. E a un certo punto diventa chiaro che il tema non è più Haroun Fall. Il tema diventa qualcosa che riguarda tutti. Perché, in fondo, chiunque arriva a un’età in cui inizia a fare i conti con una domanda molto semplice e molto difficile allo stesso tempo: “Chi sono, quando smetto di essere tutto quello che gli altri si aspettano da me?”. Ed è forse per questo che alcune parole restano addosso più di altre. Perché non arrivano dalla sicurezza di chi pensa di aver capito tutto. Arrivano dall’onestà di chi sta ancora cercando di capirlo.
Haroun Fall, l’intervista all’attore: “Il caos non va eliminato, bisogna imparare a gestirlo”
Dalle ferite personali al cinema, passando per i trent'anni e il peso delle scelte: Haroun Fall fa il punto su chi sta diventando






