Ci sono momenti in cui il cinema smette di inseguire il rumore del presente e torna a fare ciò che gli è sempre riuscito meglio: fermarsi. Osservare. Ascoltare. Ricordarci che le storie più importanti non sono necessariamente quelle raccontate più forte, ma quelle capaci di sussurrare qualcosa che avevamo dimenticato. Viviamo in un tempo che misura tutto in velocità. Consumiamo immagini con la stessa rapidità con cui scorriamo le notizie, cambiamo paesaggi senza guardarli davvero, attraversiamo luoghi che esistevano prima di noi come se fossero semplici scenografie. Eppure ci sono presenze che continuano a restare immobili, ostinate, quasi indifferenti alla nostra frenesia. Gli alberi sono tra queste. Non parlano, non chiedono attenzione, non reclamano spazio. Esistono. Resistono. Custodiscono il tempo con una pazienza che l’uomo sembra aver smarrito. Forse è proprio per questo che l’idea di un ulivo capace di prendere la parola non appartiene soltanto al territorio della fantasia. Somiglia piuttosto a un gesto di giustizia. Come se, dopo secoli trascorsi ad ascoltare noi, fosse finalmente arrivato il momento di ascoltare lui. È da questa intuizione semplice e potentissima che nasce Alby – L’ultimo ulivo di Alessandro Parrello. Una fiaba che, premiata al Giffoni Film Festival 2026, non cerca scorciatoie emotive, ma sceglie il linguaggio della meraviglia per affrontare una delle ferite più profonde del nostro paesaggio. Là dove altri avrebbero raccontato la cronaca di una malattia, Alessandro Parrello preferisce raccontare il silenzio che quella malattia lascia dietro di sé. E lo fa affidando il futuro agli unici che, forse, sanno ancora dialogare con l’impossibile: i bambini. Colpisce come, in un’opera costruita attraverso motion capture, animazione digitale, effetti visivi e un sofisticato lavoro tecnologico, ciò che rimane davvero impresso non sia la tecnica. È lo sguardo. È l’umanità nascosta dentro un tronco, dentro una corteccia, dentro un volto che non appartiene a un uomo e che proprio per questo riesce a parlare a tutti. La tecnologia diventa invisibile quando smette di chiedere attenzione per sé stessa e si mette completamente al servizio dell’emozione. È allora che il cinema compie la sua magia più autentica: non mostrarci ciò che è impossibile, ma convincerci, anche solo per un istante, che possa esistere. In un panorama cinematografico italiano spesso restio a confrontarsi con il fantastico, Alessandro Parrello continua a percorrere una strada personale. Non rincorre modelli stranieri né utilizza il genere come semplice esercizio di stile. Cerca, piuttosto, di restituire al fantastico la sua funzione originaria: quella di parlare del reale senza esserne prigioniero. Perché le fiabe non sono mai state un modo per fuggire dal mondo. Sono sempre state il modo più sincero per raccontarlo. Ed è forse questa la domanda che Alby – L’ultimo ulivo lascia sospesa, ben oltre i titoli di coda. Se un albero potesse davvero guardarci negli occhi, cosa direbbe di noi? Ma soprattutto: avremmo ancora il tempo, e la sensibilità, per ascoltarlo? Ne abbiamo parlato in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie con Alessandro Parrello, regista e protagonista di un cortometraggio che usa la fantasia non come evasione, ma come lente attraverso cui osservare il presente, ricordandoci che il futuro della natura, in fondo, coincide ancora con il nostro.
Alessandro Parrello, l’intervista all’attore e regista: “La fantasia per capire il mondoˮ
Con ‘Alby - L'ultimo ulivo’, Alessandro Parrello trasforma una fiaba in un racconto sul rapporto tra uomo, natura e memoria









