Ci sono registi che filmano la realtà per raccontarla. E poi ce ne sono altri che sembrano attraversarla come si attraversa un luogo sacro, con il rispetto di chi sa che ogni volto custodisce un mistero e che ogni paesaggio, se osservato abbastanza a lungo, finisce per restituire qualcosa di noi stessi. Gianfranco Pannone appartiene a questa seconda famiglia di autori. Da oltre quarant’anni il suo cinema non rincorre l’attualità, ma le sue stratificazioni; non cerca la cronaca, ma le domande che la cronaca lascia in sospeso. È un cinema che si ferma dove gli altri passano oltre, che diffida delle risposte immediate e continua a credere che il documentario sia prima di tutto un esercizio di ascolto. In questo senso Devozioni, l’ ultimo lavoro di Gianfranco Pannone, non rappresenta una deviazione nel suo percorso, ma forse il suo approdo più naturale. Attraversando la Lucania e le sue celebrazioni popolari, Gianfranco Pannone non cerca semplicemente il sacro nella religione, ma nella persistenza di un gesto, nella memoria di una comunità, nella necessità profondamente umana di affidare il proprio dolore, la propria speranza e perfino la propria paura a qualcosa che sopravviva al tempo. Il suo sguardo non giudica, non spiega e non pretende di decifrare tutto. Rimane, piuttosto, dentro quella soglia sottile in cui antropologia, fede, politica e poesia finiscono per toccarsi senza mai confondersi. Ed è forse questa la cifra più autentica del suo cinema: la convinzione che la realtà non vada conquistata, ma meritata. Per raccontarla bisogna prima accettare di lasciarsene sorprendere. È un’idea che attraversa tutta la sua filmografia, da Latina/Littoria a Il sol dell’avvenire, da Sul vulcano fino a Devozioni: opere diverse tra loro, ma unite dalla stessa tensione verso un’Italia complessa, contraddittoria, incapace di esaurirsi dentro una formula ideologica o dentro una definizione rassicurante. Quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Gianfranco Pannone è avvenuto durante la tredicesima edizione del LIFF, il Lamezia International Film Fest, un luogo che negli anni ha saputo trasformare il cinema in occasione di dialogo prima ancora che di spettacolo. In quel contesto, lontano dalla velocità delle conferenze stampa e dalla ritualità della promozione, la conversazione ha preso presto la forma di una riflessione sul cinema e sull’uomo, sulla fede e sulla politica, sulla libertà dell’artista, sul documentario come gesto etico e sulla responsabilità dello sguardo. Più che un’intervista, è diventato un attraversamento del pensiero di un autore che continua a interrogarsi sul proprio Paese senza mai cedere alla tentazione di possederne la verità. Ne è nato un dialogo che procede come il suo cinema: senza fretta, lasciando spazio alle deviazioni, alle contraddizioni, ai dubbi. Perché, come insegna Devozioni, forse il sacro non abita soltanto nei luoghi consacrati. A volte si manifesta proprio nel tempo che decidiamo di dedicare alle domande che non smettono di cercarci.