Problema (insolubile): si può assaporare fino in fondo un film “cantato” se non si conoscono da prima le canzoni che a tratti si sostituiscono ai dialoghi, celeberrime in Francia? Si possono godere a dovere le sfumature psicologiche, i colpi di scena e i colpi di fulmine, i sottotesti e i retropensieri, se quel repertorio non ce lo portiamo già dentro da sempre? Risposta (azzardata): si può eccome. Soprattutto se il film è diretto e interpretato, ovvero coreografato, anche se qui si canta ma non si balla, con la grazia e l'astuzia dimostrate dall'esordiente Amélie Bonnin, classe 1985. Che amplia il suo premiato corto dallo stesso titolo (in originale “Partir, un jour”) cambiando sesso al personaggio principale, non più uomo ma donna, per esplorare i rovelli banali e insieme universali di ogni donna sui quaranta che si scopre incinta e deve prendere necessariamente mille decisioni, dirlo, non dirlo, tenerlo, non tenerlo, cambiare tutto, non cambiare niente.Un momento ancora più delicato se la donna in questione è una famosa chef, titolare di uno show tv di successo insieme al compagno. Costretta per giunta, proprio in quei giorni, ad allontanarsi da Parigi e dalle luci del set per correre dai genitori che gestiscono una chiassosa e apprezzatissima trattoria per camionisti in un buco di provincia. Ed è solo l'inizio, perché come nella più implacabile delle canzoni la povera chef (Juliette Armanet, cantautrice sulla cresta dell'onda in patria, ma completamente “ridisegnata” dal film) dovrà affrontare, nell'ordine: un padre scontroso ma amatissimo, ormai al terzo infarto, che non le perdona di aver tradito la sua città e la sua classe d'origine (François Rollin, comico idolatrato in Francia); una folla di ricordi da cui emerge l'amore del liceo, rimasto lì a fare il garagista e a domare moto come cavalli selvaggi, ma con molto humour in più (un irresistibile Bastien Bouillon tinto di biondo); una madre che tenta di mediare fra lei e il padre (la squisita Dominique Blanc), magari cantandole “Parole, parole, parole”, ovviamente in francese, nella versione di Dalida. Qui capirete che non conoscendo bene anche le altre canzoni qualcosa si perde, ma pazienza.Il tutto senza l'eleganza a volte ostentata di tanto cinema francese d'autore, ma con la verve, l'insolenza, la bella carnalità della commedia popolare di una volta, complicata e insieme esaltata dalla chiave musicale che scompiglia e reinventa ogni cliché («Le canzoni più sono stupide più sono vere», diceva Fanny Ardant nella “Signora della porta accanto”) lasciandoci sorridenti e commossi. Una piccola grande sorpresa, che nel 2025 inaugurò addirittura il festival di Cannes.
Le canzoni per dirlo: l'esperimento di "Allora balliamo"
Una chef alle prese con un padre invadente e una gravidanza inattesa. In un film che affida i dialoghi a hit d’Oltralpe. Eppure funziona







