A Cannes 2026 Il labirinto del fauno ha avuto una proiezione speciale. Non un caso, perché sono esattamente vent'anni da quel maggio 2006 in cui Guillermo del Toro lasciò tutti di stucco, presentandoci il suo film più personale, più politico anche, di certo quello più ardito. Ancora oggi l'epopea della piccola Ofelia rimane uno dei fantasy più affascinanti mai concepiti.Una bambina persa dentro un mistero nella Spagna di FrancoQuando Il labirinto del fauno arriva nelle sale, per Guillermo del Toro è il coronamento di un progetto lungo quasi vent'anni, frutto di pensieri, intuizioni, disegni e idee che aveva accumulato in un piccolo quaderno, suo compagno di vita. La storia cambiò tante, tantissime volte, era fatta dei suoi sogni ed incubi da bambino, della mitologia e il folklore più vari, di quella vasta, corposa letteratura sul fantastico che da Lewis Carroll, Arthur Mechen, Dunsany, arrivava a coinvolgere anche la pittura, insomma ogni possibile rappresentazione di un altrove gotico e suggestivo. Un film basato sul concetto di doppio questo è certo, così come sulla contrapposizione, nel senso anche religioso del termine, visto che Il labirinto del fauno fin dall'inizio si muove tra sopra e sotto, luce ed oscurità, sogno ed incubo, religione e laicità.La Spagna schiacciata dallo stivale di Francisco Franco nel 1944 è dove del Toro ci fa conoscere la piccola Ofelia (Ivana Baquero), figlia di Carmen (Ariadna Gil), incinta e risposatasi con il Capitano Vidal (Sergi Lopez), dopo aver perso il primo marito. Arrivano in un piccolo villaggio tra i Pirenei, lì dove i ribelli ancora resistono, dove Vidal ha l'ordine di schiacciarli. Ofelia si sente persa in quel mondo non particolarmente rassicurante, ed è qui che del Toro comincia subito a giocare con lo spettatore, introducendo il personaggio del Fauno (Doug Jones) e l'inizio di una straordinaria e pericolosa avventura per la bambina, in un misterioso labirinto. Ci sono tre prove che attendono Ofelia, in realtà la reincarnazione della Principessa Moanna, ma intanto fuori, nel mondo in superficie, infuria una guerra spietata, crudele, con il Capitano Vidal che semina terrore, morte, torture.Da Alice a Pinocchio passando per il lupo cattivo, quando le fiabe reinventate a fumetti diventano (ancora più) darkGallery6 Immaginidi Andrea CuriatGuarda la galleryIl labirinto del fauno è popolato di esseri magici, mostri, in cui risplende sia l'eredità del mito antico, sia la volontà di del Toro di omaggiare culture lontane, estranee alla tradizione europea. Le scenografie, i costumi, la fotografia di Guillermo Navarro (premiata con l'Oscar), il trucco a metà tra digitale ed effetto pratico, sono armi con cui il regista messicano crea e tratteggia un mondo ancestrale. Si tratta di un universo, quel Labirinto, dove domina un'identità prettamente femminile, dove la morte e il pericolo sono però sempre in agguato, così come per chi si oppone al Capitano Vidal nel mondo reale. Sergi Lopez, attore straordinario, ci regala un personaggio magnifico, uno dei villain più importanti del cinema contemporaneo. Questo è un personaggio che pare un incrocio tra l'Amon Goeth di Ralph Fiennes in Schindler's List e il Christian Szell di Laurence Olivier de Il Maratoneta.Vidal è un contenitore dentro cui troviamo tutto ciò che è stato, che continua ad essere, il fascismo. Sadico, narcisista, innamorato della divisa che indossa e che gli dona l'unico senso della sua vita, Vidal ama infliggere dolore. In lui del Toro inserisce un'identità che lo rende simbolo di un male tanto preciso (la Spagna di Franco) ma la sua identità è legata ad una religiosità cattolica oscurantista, dogmatica, sostanzialmente medioevale: vi è un Dio-maschio-punitore che ha stabilito differenze di genere e di classe. Tali differenze non possono essere mai alterate. Ma ciò che lo rende interessante è anche la sua visione sado-maso-mortuaria, l'essere così legato alla morte, all'attesa della morte. Si porta dietro un orologio che è il suo memento mori, è coraggioso, astuto, crudele, metodico. Il suo corrispettivo nel mondo immaginifico, che Ofelia si trova a fronteggiare durante la seconda prova è lui, è l'Uomo Pallido.Un film che ha cambiato il concetto di fantasyQuella sequenza ancora oggi fa venire gli incubi a molti, di certo fu il momento anche di maggior tensione tra Guillermo del Toro e la distribuzione americana, che voleva un film più solare, meno cupo. Invece quel tavolo imbandito, quelle fatine divorate da quest'essere (un incrocio tra un opera di Francisco Goya e uno yokai giapponese) con gli occhi sulle mani, altro non è che la metafora di ciò che è Vidal: il custode del privilegio. Il labirinto del fauno Vidal lo rende anche un simbolo dell'ordine patriarcale della società, per lui Carmen e Ofelia non contano, conta solo il figlio maschio che avrà dalla donna. A lui si oppongono i partigiani, il Dottor Ferreiro (Alex Angulo) e la Governante Mercedes (Maribel Verdú). Ofelia però ha il suo daffare con rospi giganti, libri magici, fatine, mandragore, ma la realtà bussa sempre alla sua porta. Il labirinto del fauno ci parla di sacrificio, in senso biblico, e di rinascita.Emerge nello spettatore il dubbio se ciò che Ofelia vive, vede, tocca, sia reale, oppure frutto della sua volontà di andare verso un altrove immaginifico per sfuggire a quel mondo fatto di torture, agguati e paura. Il cuore del racconto è nella differenza tra obbedienza e libero arbitrio, tra fede e religione anche. Lo stesso Fauno in realtà è una creatura ingannevole, ora negativa ora positiva, quasi simbolo di una necessità di agire autonomamente che alla fine permetterà da Ofelia, pure morente, di tornare all'origine, in quel regno misterioso. Il labirinto del fauno è un film fondamentale nel percorso di del Toro, che rinunciò anche a gran parte del suo compenso pur di portarlo in sala come lui voleva che fosse. Siamo molto distanti da ciò che Tim Burton aveva offerto, sia per l'assenza di giocosità e leggerezza, sia per i significati politici, morali e filosofici che del Toro inserisce.Dal fantasy all'horror, 10 film degli anni Ottanta fondamentali da rivedere (per le vecchie generazioni) e da scoprire (per le nuove)Gallery10 Immaginidi Lorenza NegriGuarda la galleryA dispetto di un budget non elevatissimo, il film ha un'estetica incredibile e unica, rappresenta poi soprattutto una continuazione de La spina del diavolo, il film che permise al regista messicano di emergere. Il ragionare sulla morte, su un altrove distante ma in realtà legato al presente, lo scontrarsi con la religiosità e contrapporvi la scelta personale con i suoi pro e contro, non erano stati così profondi dai tempi di Dark Crystal di Frank Oz e Jim Henson e di In compagnia dei lupi di Neil Jordan. Erano stati due fantasy ben distanti dal tipico prodotto per il pubblico mainstream americano. Molti coglieranno riferimenti anche a Labyrinth- Dove tutto è possibile, un simbolo degli anni '80, un altro meraviglioso viaggio sulla crescita e maturazione personale. Ma Il labirinto del fauno rimane un film unico perché concepito per un pubblico adulto, non per i bambini o adolescenti.Guillermo del Toro conferma anche qui la sua visione della mostruosità come metafora di ciò che esiste nel mondo reale, simbolo delle nostre avversità interiori che dobbiamo superare, non di una tenebra fine a sé stessa o peggio ancora di un antagonista disneyano. Avrebbe proseguito con La forma dell'acqua, Pinocchio e Frankenstein questa rielaborazione del genere e dei suoi simboli. Lo straordinario successo del film, ben 90 milioni di incasso e le sei nomination agli Oscar, gli permisero dopo Blade II e Hellboy di poter rivendicare un'indipendenza di visione e percorso che ha reso il nostro cinema migliore, ha mostrato una via creativa che altri hanno imitato. Ma la realtà è che i temi e le analisi di questo film dopo vent'anni sono purtroppo tornati di moda, il mondo è finito nella mani di altri Capitani Vidal, che manco hanno il fegato se non altro di combattere in prima linea per le tenebre a cui sono fedeli.
Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro dopo vent'anni rimane una magnifica metafora politica
Il 27 maggio del 2006 veniva presentato al Festival di Cannes il fantasy capace di unire finzione e realtà storica






