C’è stato un tempo, che oggi appare mitologico come la storia d’amore tra Cupido e la sua Ninfa, in cui il cinema era un rito di esaltazione sensoriale. Si entrava in una sala buia per potenziare sguardo ed emozioni. L’unica concessione al mondo fisico era, al massimo, una mentina consumata con la discrezione di un cospiratore carbonaro o il fruscio quasi impercettibile di un morso a una patatina effettuato durante un’esplosione atomica sul grande schermo, per mimetizzare il peccato delle papille gustative.

Da tempo, ormai, quel santuario del silenzio è stato definitivamente profanato.

Alcune sale sono diventate una via di mezzo tra una mensa aziendale nell’ora di punta e una fiera campionaria degli snack industriali a base di E200 ed E299. La sfiga, grandissima, cosmica, inappellabile che ti segna la serata come una lettera scarlatta, mi ha colto qualche tempo fa, quando ho varcato la soglia di un multisala di ultima generazione. Un luogo che non promette solo “visione”, ma “esperienza”, parola che nel marketing moderno è diventata il sinonimo elegante di «inaspettata ispezione rettale».

Non so esattamente quando la situazione ci sia sfuggita di mano, né chi sia stato il primo a decidere che la settima arte avesse bisogno di un contorno di carboidrati complessi. Forse è successo quando abbiamo accettato, con colpevole rassegnazione, che il popcorn non fosse più una piccola gratificazione croccante da sgranocchiare con moderazione, ma un secchiello da cantiere edile. Parlo di recipienti di cartone dalle dimensioni tali da poter sfamare un’intera guarnigione prussiana per l’intero inverno del 1914.