Dalla prima mattina fino a cena, lo scontro sulla legge elettorale in commissione Affari Costituzionali al Senato si chiude con il vero capolavoro di giornata: un solenne nulla di fatto. Tra maggioranza e opposizione volavano le sedie sulla data entro la quale presentare gli emendamenti, disinnescate dalla tregua "salva-arredi" benedetta fuori verbale da Ignazio La Russa: non viene fissato nessun termine.

In serata, poi, il presidente Andrea De Priamo (FdI) ha provato a rovinare i weekend lunghi ai colleghi proponendo audizioni da remoto anche di lunedì e venerdì. Risultato? Un classico compromesso: i tempi tecnici porteranno la scadenza naturale degli emendamenti a ridosso del 7 agosto, mentre il voto slitta a settembre. Proprio come nei piani dei meloniani.

Per la premier, del resto, il vero rompicapo non abita sui banchi dell’opposizione, bensì nel cortile di casa. Dopo lo sgambetto subìto a Montecitorio, le spinte centrifughe della maggioranza avevano superato il livello di guardia, costringendo Palazzo Chigi a sfoderare l’arma finale: la minaccia del voto anticipato in autunno. A Palazzo Madama la cura shock ha funzionato e Forza Italia ha innestato la retromarcia. Gli azzurri chiederanno giusto qualche ritocco di forma per salvare le apparenze, ma la mezza resa è già nei fatti: delle minacce di affossare l’emendamento anche a voto palese non c’è più traccia. Basta ascoltare Antonio Tajani che spiega: "Vedremo se in Senato ci sarà un emendamento, esamineremo i contenuti. A noi la legge va bene così com’è, poi valuteremo con grande serenità". Tradotto dal gergo di palazzo: la ritirata è servita.