Alla Camera i primi voti il 26 maggio, poi l’Aula. Ma sull’ok al Senato a ottobre pesano i dubbi Fi

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Non c'era certamente bisogno né dei sondaggi né delle supermedie per prendere consapevolezza che con l'attuale legge elettorale lo scenario post-elezioni più probabile è quello del pareggio o del quasi pareggio. D'altra parte, è noto ormai dal 2022 che se Enrico Letta e Giuseppe Conte non avessero deciso di suicidare Pd e M5s - scegliendo di non fare accordi nei collegi uninominali - il centrodestra non avrebbe mai avuto quella maggioranza granitica che sta portando Giorgia Meloni verso il traguardo del governo più longevo dell'Italia repubblicana (il 4 settembre arriverà a 1.413 giorni consecutivi a Palazzo Chigi e scavalcherà il Berlusconi II). Con buona pace di Pd e M5s, che al prossimo giro - che sia dopo l'estate o nel 2027 - certamente non rifaranno lo stesso errore.Di qui il pressing del centrodestra per rimettere mano alla legge elettorale, per scongiurare la probabile impasse post voto che porterebbe a un altrettanto probabile governo di larghe intese. Uno scenario che tutti dicono di non gradire, ovviamente al netto del fatto di quanto sia niente affatto accattivante un dibattito sulla riforma della legge elettorale mentre la crisi di Hormuz fa schizzare il costo della benzina. Così, è nelle cose che l'opposizione cavalchi l'onda post-referendum dando contro a un'eventuale riforma in senso proporzionale con premio di maggioranza, che in verità alla segretaria dem Elly Schlein non dispiace troppo. Ben più complesso l'approccio del centrodestra, dove Meloni spinge a tutta forza per rimettere mano alla legge elettorale, perché dopo essere salita sul podio dell'esecutivo più longevo di sempre tutto vuole fuorché dover essere costretta a trattare un governo di larghe intese. «Molto meglio stare all'opposizione», è l'argomento che ha più volte usato nelle sue conversazioni private. Questione su cui - per ragioni legate anche alla presa del leader sulle liste e quindi sulla composizione dei futuri gruppi parlamentari - converge anche la Lega di Matteo Salvini. Resta la grande incertezza di Forza Italia, perché è davvero difficile comprendere perché la famiglia Berlusconi dovrebbe dare l'ok a cambiare una legge elettorale che ritaglia un ruolo centrale agli azzurri in caso di vittoria, pareggio e sconfitta.Di certo, c'è che Meloni spinge. Per una nuova legge che, spiega il presidente del Senato Ignazio La Russa, «faccia vincere qualcuno e non faccia pareggiare». La Lega - con le concordate garanzie sul listone, che servirà anche a compensare la cancellazione dei collegi uninominali - ci sta. E, per adesso, anche Forza Italia.Una partita che non coinvolgerà le opposizioni, nonostante l'invito di Meloni e i reiterati appelli dell'azzurroNazario Pagano, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera. È lì che si discute il provvedimento, con le circa sessanta audizioni che si chiuderanno la prossima settima e con l'inizio della discussione generale il 26 maggio. Sarà allora che inizieranno i primi voti (procedurali), con l'intenzione di ridurre il premio di maggioranza e aggiustare il ballottaggio.Sullo sfondo resta Forza Italia, che non a caso fa filtrare di non gradire il listone maggioritario (che assegna il premio su liste bloccate) e di preferire un meccanismo premiale che sia basato sullo scorrimento delle liste proporzionali. Sintetizzando: nel primo caso l'indicazione dei nomi è pre-voto (con la Lega che ha già chiuso un accordo con Fdi), mentre nel secondo è post-voto.