Cambiarla o non cambiarla.
Oltre al come, e se intrecciarla con un nuovo assetto istituzionale. La legge elettorale anima il dibattito nel centrodestra man mano che si avvicina la fine della legislatura. E ora chiama in causa anche i presidenti di Camera e Senato. Con visioni diverse, se non opposte sul "se", ma entrambi convinti della necessità di una maggioranza chiara e solida.
Per Lorenzo Fontana, la superstizione rema contro. E sull'ipotesi di cambiarla risponde misurando le parole: "La dico con una battuta, per scaramanzia io eviterei", visto che "chi l'ha cambiata, poi non mi sembra che gli sia andata particolarmente bene". Lo dice incontrando la stampa parlamentare a Montecitorio nel tradizionale scambio di auguri. Probabilmente per il suo ruolo, preferirebbe non entrare nel merito. Ma risponde e si appiglia all'ironia, chiosando: "Mi limito a questo". Non nega il vantaggio della stabilità ("è importante anche a livello internazionale") ma rivela che potrebbe restare tutto com'è. E forse fedele alla linea della Lega, a cui è iscritto, fa intendere che non è il caso di darsi la zappa sui piedi, visti i precedenti.
Un'argomentazione che non piace a Ignazio La Russa. In serata, incalzato sulle parole di Fontana, ammette che il rischio di un boomerang esiste (che la legge elettorale non sempre premi chi la fa, l'aveva ammesso giorni fa), ma puntualizza un dovere che ha la seconda carica dello Stato. "Al presidente del Senato spetta l'obbligo di non usare, purtroppo o per fortuna, la scaramanzia e di non accelerare ma neanche di rallentare", rimarca. Insomma niente freni - sembra dire - ma nemmeno fughe in avanti. Rimanda ai partiti (sono loro che "devono interrogarsi e trovare risposte") e con garbo istituzionale, smonta l'idea che si debba aspettare la fine del referendum sulla giustizia per avviare il confronto su una proposta di legge: "I tempi ci sono, deciderà il Parlamento in autonomia. Sicuramente io ne sento parlare molto, quindi se devo fare un prognostico dico che se ne parlerà".






