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14 Maggio 2026

Ultimo aggiornamento: 17:40

Se c’è una questione politica che agita il sonno dei vertici dei partiti in modo inversamente proporzionale al grado di interesse che riscuote nel Paese, quella è la legge elettorale. Non la crisi energetica, non l’inflazione e i salari bassi, ma le regole con le quali si andrà al voto nel 2027. Anche perché la composizione del prossimo Parlamento sarà responsabile dell’elezione del Presidente della Repubblica. Non una questione di poco conto, a prescindere – o al di là – della formazione del futuro governo.

In superficie, allo stato attuale delle cose, c’è da un lato la maggioranza che ha depositato il testo di riforma: Stabilicum per i sostenitori, Meloncellum per i detrattori; dall’altra c’è l’opposizione, contraria al provvedimento e al dialogo. Ma guardando più da vicino, si scopre che le dinamiche tra i partiti, e all’interno della stessa maggioranza, non sono così limpide. E pacifiche. No, perché ciascuno tira dalla propria parte per portare a casa il risultato più consono per sé e per le proprie ambizioni legate, naturalmente, al numero di poltrone divise tra Palazzo Madama e Montecitorio. La spartizione del potere, in altre parole.