Dopo tre giorni di dibattito serrato, colpi di scena, espulsioni e cartelli, la Camera dà il via libera alla legge elettorale. Il voto a scrutinio segreto recita 217 favorevoli allo Stabilicum (o Melonellum), 152 contrari e due astenuti. Insomma, stavolta nessuno scherzo dalla maggioranza, al contrario di quanto accaduto con le preferenze. Hanno votato no centrosinistra e Futuro nazionale. La palla passa ora al Senato. I toni piuttosto accesi di questi giorni – segno di una campagna elettorale già in corso, anche tra le singole coalizioni – non sono mancati neppure nelle dichiarazioni di voto. «Meloni ha tradito anche i suoi alleati per rincorrere Vannacci», attacca la segretaria dem Elly Schlein, citando l’intesa tra FdI e Fn sulle preferenze, comunque non approvate. «Non c’è più una maggioranza, è un colabrodo», continua Schlein, secondo cui «il vero obiettivo di Meloni è il Quirinale». Toni e letture simili da Giuseppe Conte. «Vi state confezionando una legge elettorale vergognosa con un premio di maggioranza incostituzionale – dichiara il leader del M5s –, ma noi non vi permetteremo di confondere il colle del Quirinale con Colle Oppio». Il riferimento è alla storica sede del Movimento sociale italiano, “riconquistata” di recente da Fratelli d’Italia. Ma soprattutto al fatto che il prossimo Parlamento eleggerà nel 2029 il successore di Sergio Mattarella. Via social è invece Roberto Vannacci a motivare il “no” dei futuristi: «Sono sparite le preferenze», attacca il generale, poi la legge «mantiene l’alternanza di genere e paga quella marchetta ad Azione ed altri partitini consentendo loro di non raccogliere le firme, a differenza di Fn». Ma resta uno spazio di apertura qualora al Senato Meloni riuscisse a «far riflettere i suoi alleati» sulle preferenze, sottolinea il deputato futurista Edoardo Ziello. Ovviamente, in questo caso servirebbe una terza lettura a Montecitorio.Dal centrodestra, invece, la linea è chiara: questa legge assicura stabilità (da qui il nome Stabilicum) e consente ai cittadini di sapere subito chi ha vinto. «Oggi la stabilità sembra un dato acquisito, ma non era così, non era così qualche anno fa», dichiara Giovanni Donzelli (FdI). Sulla stessa linea anche il vicepremier forzista Antonio Tajani: «Non mi sconvolgo sul tema dell’emendamento, bene invece che sia stata varata una legge che porta stabilità a questo Paese». Da Bari, è gelido invece Matteo Salvini: «Di legge elettorale non ho niente da dire, tema non pervenuto, è più lontano della fisica quantistica». Un po’ a sorpresa, il vicepremier della Lega qualche ora dopo si mostra, almeno a parole, ben più conciliante, aprendo addirittura alle preferenze («spero che ci sia la possibilità di recuperarle al Senato») contro cui si la Lega si è battuta fino all’ultimo. Così come ha fatto Forza Italia: intorno all’ora di pranzo di martedì, la ministra per le riforme di Fi, Elisabetta Casellati, aveva anticipato ai deputati azzurri che il Governo si sarebbe rimesso all’aula sull’emendamento per dare possibilità di scelta agli elettori (mediata dai capilista bloccati). Poche ore dopo invece Casellati ha dato parere favorevole dell’esecutivo: segno che nel frattempo quel giorno è arrivata una telefonata da Palazzo Chigi. Anche dentro Fratelli d’Italia, però, l’impressione è che ci fossero dei dubbi sulle preferenze. Come emerso dal verbale di una riunione di FdI del 10 giugno scorso, il partito di Giorgia Meloni ha commissionato un sondaggio interno per valutare il gradimento sulla riforma elettorale e sulle preferenze. Tutto questo un mesetto prima che i meloniani presentassero l’emendamento in materia. Anche se nello stesso verbale si legge che il dirigente Edmondo Cirielli ha sottolineato come la risposta del partito sia stata positiva.Assieme alla legge elettorale, in Senato potrebbe arrivare anche il secondo round sulle preferenze. Il che, in caso di successo, implicherebbe una terza lettura. Un nuovo giro alla Camera, molto probabilmente con la fiducia, e un nuovo voto ad alto coefficiente di rischio per l’esecutivo. Segreto o palese, a quel punto, cambierebbe poco: per il Governo sarebbe comunque un all-in. Il testo di FdI, Noi Moderati e Udc ha segnato la frattura più profonda nella maggioranza da inizio legislatura e se Giorgia Meloni, come tutto lascia pensare, insisterà, vuol dire che è disposta a giocarsi l’intera posta. Sul fatto che l’emendamento verrà ripresentato ci sono diversi indizi. Il primo è arrivato dal presidente di Palazzo Madama, Ignazio La Russa, che ha definito «sacrosanta» la battaglia sulle preferenze, auspicando che si possa riproporre anche in Senato. E ieri è stato Matteo Salvini a mandare un segnale: «Spero ci sia la possibilità di recuperare l'indicazione, a qualche titolo, delle preferenze». Certo, quella puntualizzazione, “a qualche titolo”, dà da pensare. Anche perché dal Carroccio era arrivata un’indicazione per votare anche il testo costato la scoppola di martedì. Magari sono cambiate le condizioni, i maligni gridano allo scambio con l’autonomia: proprio ieri in Senato sono stati firmati i primi quattro preaccordi.Chi è invece certo è il leader di Nm Maurizio Lupi, forse perché l’emendamento porta anche la firma del suo partito. E qui sta il problema: la proposta di modifica sarà unitaria questa volta? Lui ritiene di sì, del resto è improbabile che Meloni voglia riproporre lo schema perdente visto a Montecitorio. E i contenuti? Anche quelli saranno gli stessi? «Ne discuteranno i senatori – argomenta –. Ma qualche modifica è possibile: penso al tema della rappresentanza di genere». A differenza di Salvini, Antonio Tajani sembra meno disponibile. Lui, ha ribadito ieri, ha «sempre detto che le preferenze non erano un elemento fondamentale». L'importante è «che ci sia una legge che garantisca stabilità». A scanso di equivoci il ministro degli Esteri ha voluto anche precisare che il suo partito «è stato leale» e «coerente». Insomma, non è lì che vanno cercati i franchi tiratori, ha lasciato intendere. Restando in tema FI, va segnalato il dietrofront (o presunto tale), di Stefania Craxi, capogruppo azzurro in Senato. Alcune indiscrezioni hanno parlato di un suo avvertimento agli alleati che suonava più o meno in questi termini: se ripresenterete quell’emendamento non lo voteremo. L’interessata non ha molta voglia di commentare ma smentisce: «Mi riferivo ad altro», dice ad Avvenire. Difficile capire in cosa consista questo “altro”. Ma tant’è.I tempi sono un’altra incognita. Il testo potrebbe essere incardinato già la prossima settimana. Ma se ne parlerà comunque dopo il rientro dalla pausa estiva. «Il fresco di settembre ci aiuterà a ragionare meglio», scherza l’azzurro Paolo Barelli. Da FdI invece sono impazienti: «Non vediamo l'ora di metterci al lavoro», preannuncia Andrea De Priamo, presidente meloniano della commissione Affari costituzionali. La premier, però, non ha ancora sciolto le riserve. Un vertice con i leader di coalizione è in agenda. La «riflessione» promessa, prima o poi, andrà fatta. L’imperativo è evitare un nuovo passo falso. Se poi il tentativo dovesse andare a vuoto, quantomeno l’obbligo del voto palese consentirà a Meloni di sapere con chi prendersela. Ma in Senato non ci sono vannacciani e a quel punto la premier non potrà neanche rifarsi appoggiando un loro emendamento come fatto alla Camera.
Alla fine lo “Stabilicum” è passato. La battaglia sulla legge elettorale però trasloca soltanto (al Senato)
Primo “sì” alla Camera. Sulle preferenze (che non ci sono) i dubbi fino all’ultimo dentro Forza Italia. Il leader Tajani: «Il tema non mi sconvolge, bene invece che il testo porti stabilità». Richiamata pure da Donzelli (FdI)











