A meno di ventiquattr’ore dal colpo di scena che ha mandato sotto la maggioranza per un solo voto, la legge elettorale continua a scavare crepe nella maggioranza. Nell'Aula della Camera è stato bocciato, ancora una volta a scrutinio segreto, l'ultimo emendamento rimasto sulle preferenze: quello a prima firma di Edoardo Ziello, deputato vannacciano di Futuro Nazionale. I contrari sono stati 233, i favorevoli 139. Relatore e governo si erano rimessi all'Aula, mentre i gruppi del campo largo avevano annunciato, per voce del dem Federico Fornaro, il voto contrario.Il dato politico, però, sta tutto in quei 139 sì. Secondo le indiscrezioni circolate in Transatlantico e citate dalle agenzie di stampa, Fratelli d'Italia era pronta a votare l'emendamento dei vannacciani, che prevedeva l'introduzione di preferenze "pure": fino a tre nomi da scrivere sulla scheda accanto al simbolo, senza capilista bloccati, a differenza della proposta di FdI affossata lunedì. Un'apertura di cui è stato spia, in mattinata, il cambio di parere del relatore Angelo Rossi (FdI), passato dal no alla remissione all'Aula. E che, secondo quanto filtrava dai gruppi, avrebbe coinvolto anche Noi Moderati, mentre Lega e Forza Italia si sono sfilate. Con il voto segreto è impossibile ricostruire chi abbia premuto il pulsante verde, ma la fotografia di una maggioranza spaccata è nitida. Tanto che il capogruppo M5s Riccardo Ricciardi ha chiesto la convocazione dei capigruppo: "C'è una nuova maggioranza in questa Aula, Fratelli d'Italia e Futuro Nazionale", ha attaccato. Dai banchi vannacciani, Ziello ha rivendicato la coerenza del suo gruppo e puntato il dito contro i partiti di governo: "Molti del centrodestra hanno tradito Meloni", ha detto, accusando chi "tradisce con il voto segreto" di essere "funzionale alla sinistra".È il secondo atto di una partita cominciata ieri (14 luglio), quando la Camera ha respinto per un solo voto — 188 contrari, 187 favorevoli — l'emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc che reintroduceva le preferenze (fino a tre) mantenendo però i capilista bloccati. Su quella proposta Giorgia Meloni aveva messo la faccia, sfidando le opposizioni a rinunciare al voto segreto. La conta finale ha rivelato una trentina di franchi tiratori nel centrodestra: 31, secondo il calcolo del capogruppo leghista Riccardo Molinari, che ha escluso responsabilità del Carroccio. La reazione della premier è arrivata a caldo, sui social: "Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude", ha scritto, riconoscendo che "anche nella maggioranza sono mancati diversi voti" e che "serve una riflessione". Le opposizioni, che hanno esultato in Aula al momento della proclamazione, hanno chiesto le dimissioni del governo, con Elly Schlein e Giuseppe Conte in testa. Il vicepremier Antonio Tajani ha derubricato la sconfitta a "incidente di percorso", mentre oggi il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, interpellato sui timori per la tenuta dell'esecutivo, ha tagliato corto: "Ci sono cose peggiori, ci sono le guerre".Intanto a Montecitorio è caccia aperta ai franchi tiratori. Ogni gruppo respinge i sospetti: i vannacciani si sono addirittura filmati durante il voto segreto di martedì per dimostrare il proprio sì, provocando la protesta delle opposizioni e la sospensione della seduta. Ma la "soluzione" di cui si discute nella maggioranza guarda ormai a Palazzo Madama: ripresentare l'emendamento sulle preferenze al Senato, dove il regolamento non ammette lo scrutinio segreto su questa materia e i voti dei singoli senatori sarebbero palesi. A indicare la strada è stato il presidente del Senato Ignazio La Russa, ricordando che il bicameralismo consente di modificare "anche chirurgicamente" quanto votato alla Camera. Con una postilla: se quello di martedì è stato un infortunio, recuperare sarà facile; se le ragioni fossero politiche, la riflessione toccherebbe al governo.L'altro fronte è quello della rappresentanza di genere, il grande assente della riforma dopo la bocciatura, martedì, del subemendamento a prima firma Luana Zanella (Avs) sui capilista. Oggi l'Aula ha respinto, con 223 voti contrari e 142 a favore, anche l'emendamento sulla parità di genere proposto da Elena Bonetti (Azione). Un voto preceduto da un lungo dibattito che ha visto susseguirsi al microfono numerose deputate di opposizione, in pressing sulla maggioranza perché la nuova legge non arretri sulla presenza femminile in Parlamento.