Organizzazione a "macchia di leopardo"

Giovanni M. Jacobazzi

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Mauro Moretti, ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e di Leonardo, ha scelto di scontare la sua condanna a cinque anni di reclusione nel carcere di Spoleto. Una scelta che ha dimostrato la sua piena volontà di collaborare con la giustizia, evitando di attendere, come ha fatto invece il gioielliere Mario Roggero, l’ordine di carcerazione da parte della magistratura. Dal giorno della sua costituzione nel penitenziario umbro, Moretti ha un nuovo “interlocutore”: il magistrato di sorveglianza. La magistratura di sorveglianza è il buco nero del sistema giustizia italiano, con una organizzazione a “macchia di leopardo”.

Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, ad esempio, è ormai da anni sinonimo stesso di ritardo e disservizio. Una situazione denunciata da tutti: magistrati, avvocati, operatori penitenziari. Ma che, incredibilmente, continua a trascinarsi senza una soluzione. L’ultima denuncia è arrivata dalla Camera Penale di Roma, che, mercoledì scorso, ha proclamato una giornata di astensione dalle udienze. Nella delibera dei penalisti si parla di una situazione “disastrata”, di una “deriva” nell’esercizio della giurisdizione, di decisioni adottate con “ingiustificabile ritardo” e di una cronica carenza di magistrati e personale amministrativo che compromette il diritto di difesa e mortifica i diritti delle persone detenute. Nulla di nuovo. Già nel 2023, un’interrogazione parlamentare sottoscritta da numerosi esponenti del Partito democratico descriveva un quadro pressoché identico. Anche allora si denunciava una gravissima carenza di organico, udienze con centinaia di procedimenti concentrati nella stessa giornata, interventi degli avvocati contingentati per mancanza di tempo e ritardi tali da compromettere l’applicazione delle misure alternative alla detenzione, dei permessi premio e perfino della liberazione anticipata.