L’Odissea di Omero è tante cose diverse. La si può definire un racconto di avventure per mare, in un Mediterraneo popolato da mostri, streghe, semidei, giganti. Una enciclopedia di piante, animali e popoli con cui avevano a che fare gli antichi greci fra l’età del Bronzo e quella classica. O anche un lungo preambolo che precede l’episodio narrativo con cui culmina e di fatto si conclude: la vendetta di Odisseo sui Proci, una serrata ed elaboratissima scena di spargimento di sangue.

Ma circoscriverla in questo modo sarebbe riduttivo: fra i temi principali del poema ci sono anche la nostalgia di casa, l’importanza dei legami familiari, il rispetto delle leggi umane e divine, l’amicizia fra giovani maschi, la curiosità per il mondo. L’Odissea di Omero, invece, non è una lunga riflessione sul trauma e il rimorso di un uomo che ha dovuto prendere una decisione dalle conseguenze gigantesche. È questo invece il centro dell’Odissea di Cristopher Nolan.

Nei poemi omerici e più in generale nella tradizione letteraria greca, Odisseo non si pente mai di avere escogitato lo stratagemma del cavallo con cui l’esercito greco riesce penetrare dentro Troia e conquistarla nel giro di una notte. Anzi: uno degli aggettivi più associati a Odisseo nei poemi omerici è πτολίπορθος, ptolìporthos, “distruttore di città”. E non è nemmeno per l’inganno del cavallo che gli dei ostacolano il ritorno a casa dei Greci: il mito invece riconduce tutto allo stupro della sacerdotessa troiana Cassandra da parte dell’eroe greco Aiace Oileo durante la presa di Troia.