Per oltre un decennio l'Europa ha esercitato la propria influenza nel mondo digitale attraverso il diritto. Mentre gli Stati Uniti producevano le grandi piattaforme tecnologiche e la Cina consolidava un modello fondato su un forte intervento pubblico, l'Unione europea ha scelto una strada diversa: quella della regolazione. Il GDPR, il Digital Services Act, il Digital Markets Act e, da ultimo, l'AI Act non sono soltanto atti legislativi. Sono l'espressione di un'idea di Europa. L'idea che il mercato digitale non possa essere uno spazio sottratto ai principi dello Stato di diritto e che innovazione, concorrenza e tutela dei diritti fondamentali debbano crescere insieme.

Questa stagione non si è esaurita. Né sarebbe sensato considerarla un errore. Al contrario, proprio la capacità europea di trasformare il proprio mercato interno in un laboratorio di regole globali costituisce una delle manifestazioni più originali della sua forza politica. Il cosiddetto Brussels Effect ha dimostrato che, anche in assenza dei grandi campioni tecnologici americani o cinesi, l'Europa poteva incidere sugli equilibri globali fissando gli standard ai quali gli operatori internazionali erano poi chiamati ad adeguarsi.Eppure, oggi, questo non basta più. La proposta presentata dalla Commissione europea il 3 giugno, al centro del nuovo European Technological Sovereignty Package, merita attenzione proprio perché non mette in discussione quella stagione, ma ne riconosce i limiti. Il punto non è ridurre l'importanza delle regole. È prendere atto che, nell'era dell'intelligenza artificiale, le regole rischiano di perdere efficacia se l'Europa continua a dipendere quasi integralmente da infrastrutture tecnologiche progettate, controllate o gestite altrove.