di Leonardo Botta

Devo dire, non senza una punta di amaro orgoglio, di avere “annusato” il rischio da tempo. Da quando Matteo Salvini girava l’Italia con tutto il campionario primavera-estate di magliette: Prima la Lombardia, Prima il Lazio, Prima Catanzaro, Prima Canicattì. Ai suoi comizi si fiondavano squadre organizzate del popolo della sinistra pronte a coprirlo di insulti. E più quelle gli “menavano”, più lui cresceva nei sondaggi al punto da essere arrivato, nell’estate del Papeete, a raggiungere l’incondizionato appoggio di quattro italiani su dieci; e fu solo la geniale intuizione di Renzi del governo giallo-rosso a impedire al più improbabile venditore di pentole di stagno che la nostra storia repubblicana abbia conosciuto di approdare a Palazzo Chigi (e di gestire la più grave pandemia dell’era moderna: il pensiero “mi fa tremar le vene e i polsi!”).

Nulla fermò invece Giorgia Meloni, ben più scaltra dell’alleato padano, che ora seppur un po’ acciaccata è ancora lì a guidare il nostro paese.

La storia si ripete oggi. Ovunque Roberto Vannacci vada, trova a contestarlo cortei più organizzati dei disoccupati storici di piazza Municipio a Napoli, che cantano in coro “Bella ciao”. E più quelli cantano, più il generale e il suo movimento politico crescono. In fondo, se vogliamo, qualcosa di simile accadde già con Silvio Berlusconi, che alla narrazione populista sommava anche l’enorme potere mediatico di tv e giornali.