di Anna Giacon

Confesso che i tipi alla Vannacci mi hanno sempre creato molto malumore, e che tendenzialmente vorrei proprio ignorarli completamente. Ma ormai in Italia è diventato il “fenomeno politico del momento”. Tutti ne parlano e i giornali ne amplificano la portata. Tanto vale allora dire la mia opinione, che sarà sempre contraria alla vulgata che lo idolatra.

La galassia nera non avanza sempre sbraitando. A volte arriva in giacca o maglietta polo stirata, con l’aria di quello che “dice solo le cose come stanno”, con la battuta buttata lì apposta per scandalizzare, e poi con il solito giochetto di fingersi frainteso. È il trucco più vecchio del mondo: il lupo che prova a passare per uno del popolo. Non si presenta come un pericolo, ma come uno schietto, uno che non ha paura di parlare. E proprio per questo riesce ad entrare e a far attecchire più facilmente le sue idee, mescolando situazioni e problemi reali, ad argomentazioni che sono inverosimili o inaccettabili.

Roberto Vannacci mi dà questa impressione. Fa il personaggio arrabbiato, quello che vorrebbe spazzare via tutti, che si vende come diverso dagli altri. A tratti ricorda il primo Bossi, il Senatur dei primi tempi, in cui sembrava che volesse prendere a calci tutto il palazzo del potere. Colui che tanti ricordano con nostalgia, anche se poi, alla prova dei fatti, non cambiò quasi niente e si adeguò in fretta al solito andazzo. Però lui – secondo me – è un’altra cosa. È meno guitto e molto più rigido: una persona che non sorride mai, neanche per sbaglio; meno folkloristico e più cupo.