Nei talk gli chiedono solo di remigrazione, gender, femminicidio. Assecondandolo nelle sue ossessioni. Così il generale gioca sempre in casa. Perché non parlare di costo della vita, spesa pubblica, sanità? Ha già detto di non essere «un ragioniere»: sa che sui soldi cadrebbe miseramente.

Si assiste a un curioso comportamento da parte dei media nei confronti di Roberto Vannacci. Nei talk televisivi è quasi sempre uno scontro numericamente sbilanciato: uno contro due, o anche tre; l’altra sera, a In Onda, su La7, erano addirittura in quattro a dialogare con lui: i conduttori Marianna Aprile e Luca Telese oltre ai giornalisti Antonio Polito e Sara Menafra. Invariabilmente, da tutti questi confronti, il generalissimo esce vincente: come mai? Vincente per modo di dire: le banalità, gli errori (ha il vizio di citare sempre Marx e Gramsci e si sente che li ha orecchiati più che studiati), le approssimazioni e le semplificazioni non convincono chi le sa riconoscere.

— nonleggerlo (@nonleggerlo) July 12, 2026

Incanta solo chi scambia l’assertività con cui parla per competenza

Vannacci ha quella parlantina, quel metodo jukebox che sembra ti dia le risposte dopo aver inserito la moneta, che incanta chi scambia l’assertività con cui parla per competenza. L’unico competente, in effetti, appare lui perché i suoi interlocutori non si discostano dai “suoi” argomenti, che lui maneggia evidentemente con sicurezza, e le domande che gli fanno vertono invariabilmente su remigrazione, gender, negazione del femminicidio, sui suoi cavalli di battaglia insomma, che lo proteggono in una comfort zone dove lui sembra non vacillare mai, mentre i giornalisti che lo interrogano appaiono confusi.