Ci sono momenti in cui la politica italiana mette in scena i propri paradossi con una precisione che neppure un bravo sceneggiatore sognerebbe. Questo che stiamo vivendo è uno di quelli, e gli esempi abbondano. Ma qui interessa soprattutto il caso di Roberto Vannacci che viene invitato a Cernobbio, tempio laico dell’establishment, proprio mentre il Financial Times lo dipinge come un «cavallo di Troia» dell’influenza russa in Italia. Carlo Calenda, che all’ex generale riserva da tempo parole al fulmicotone, cancella la sua partecipazione: il Forum, dice, accoglie in pompa magna un personaggio neofascista, razzista e filorusso.

Il cortocircuito russo del centrodestra

Sul cavallo di Troia si può discutere. Il leader di FN forse non nasconde in pancia un manipolo di cosacchi pronti a uscire nottetempo, ma le sue simpatie per Mosca non sono un mistero. Al confronto, quelle di un altro amico di Putin, Matteo Salvini, rischiano di sembrare tiepide. Con un curioso cortocircuito: mentre Antonio Tajani avverte che Mosca potrebbe tentare di interferire nelle prossime elezioni, il suo collega di governo si preoccupa dell’ansia antirussa che a suo giudizio starebbe contagiando il Paese. Il centrodestra riesce così nel piccolo miracolo di allarmarsi per le interferenze russe e, insieme, per chi si preoccupa troppo delle medesime. Ma questa è un’altra storia.