di Luca Nascimbene
C’è un limite oltre il quale la provocazione smette di essere folklore politico e si trasforma in minaccia sistemica. Quel limite ha ormai da tempo un volto, un nome e un linguaggio programmatico: Roberto Vannacci. La vertiginosa ascesa mediatica ed elettorale dell’ex generale, culminata nella strutturazione di un movimento come Futuro Nazionale capace di cannibalizzare i consensi della destra di governo, non rappresenta soltanto un’anomalia del nostro sistema, ma un campanello d’allarme per la tenuta della democrazia italiana. Auspicare e lavorare per la sua mancata vittoria politica non è un vezzo di parte, né una semplice scelta di schieramento: è un dovere civile per chiunque creda ancora nei valori della Costituzione antifascista e nell’equilibrio geopolitico del nostro Paese.
La parabola di Vannacci nasce come fenomeno editoriale basato sulla scientifica polarizzazione del risentimento. Ha trasformato il pregiudizio in manifesto, l’ostilità verso i diritti civili in identità di popolo e la retorica dell’uomo forte in una scorciatoia rassicurante per una società spaventata e impoverita. Tuttavia, ciò che un tempo poteva essere archiviato come l’esternazione bizzarra di un militare in cerca di visibilità è oggi una proposta di governo strutturata che punta dritta alle viscere del Paese, promettendo un salto all’indietro di decenni sul fronte delle libertà individuali, dell’integrazione e della giustizia sociale.











