di Sara Gandini e Paolo Bartolini
L’attenzione che i media stanno dando a Roberto Vannacci e al suo movimento “Futuro Nazionale” racconta ancora una volta come sulla politica migratoria si giochi una parte notevole del consenso contemporaneo. Paure determinate dalle diseguaglianze strutturali promosse dal neoliberalismo, vengono convertite in questioni identitarie su cui speculare senza vergogna. Del resto, quando il generale imbraccia l’arma della “remigrazione”, sta cavalcando, per i suoi fini, la perdita dell’identità nazionale e si presenta come interprete di un disagio diffuso che attraversa ampi settori della società italiana.
Non possiamo quindi liquidare il suo successo come una semplice manifestazione di razzismo. Sarebbe un errore politico e culturale che rischierebbe di rafforzare proprio ciò che vorremmo contrastare. La domanda che dovremmo pórci non è solo perché crescano i consensi per questo movimento che di fatto incarna le istanze più radicali della Lega, oggi forza di governo, ma perché il tema delle migrazioni susciti sempre emozioni così forti.
Da una parte vi è una destra che trasforma il migrante nel simbolo di ogni insicurezza, tacendo puntualmente sulle dinamiche del mercato capitalistico che mettono in diretta concorrenza gli ultimi e i penultimi. Dall’altra abbiamo il mondo progressista che tende a considerare ogni critica alle politiche migratorie come un segnale di arretratezza o di pregiudizio. In mezzo restano le persone, le loro paure, le loro esperienze concrete e le difficoltà della convivenza. Non solo, in mezzo rimangono anche gli immigrati che arrivano qui con il miraggio di una vita dignitosa e del benessere occidentale, e si ritrovano a subire violenze, a vivere nella povertà più assoluta, soli e sfruttati da certe imprese che hanno bisogno di manodopera a basso costo più ricattabile.











