Antonio Bompani
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Le storie politiche di Salvini e Meloni hanno in comune le campagne di porti chiusi, rimpatri di massa e blocchi navali, oltre alla capitalizzazione elettorale che, in momenti alterni, ne è conseguita. Quella tipologia di ondata retorico-migratoria è oggi incarnata dal volto di Vannacci, che punta a raccogliere altrettanto successo. Il problema del populismo migratorio sta proprio qui: fallisce, per evidenti limiti dettati da vincoli di realtà, per poi radicalizzarsi, e questo è avvenuto negli ultimi dieci-quindici anni in maniera ciclica. Affermare ciò non significa sottovalutare la questione dell’immigrazione in Italia, che comporta ovviamente delle problematiche rilevanti. Per certi versi, verrebbe anzi da dire che l’ascesa di Vannacci è l’ennesima sveglia per il centrosinistra al fine di affrontare finalmente, politicamente parlando, la partita migratoria.
Allo stesso tempo, l’essersi resi conto della legittimità del problema a destra si scontra con l’inefficacia di politiche, non adeguate o non realizzabili, proposte negli anni. “Datemi due settimane al Ministero dell’Interno e ne espello cento al giorno, in aereo”. Diceva Salvini nel 2018, durante la campagna che l’avrebbe portato al Viminale. La realtà racconta che, in 460 giorni di Conte 1, la media è stata di circa 18,2 rimpatriati al giorno, sostanzialmente identica a quella del governo precedente. Ancora, la principale conseguenza misurabile degli sbandierati Decreti sicurezza fu opposta a quella promessa, con la cancellazione della protezione umanitaria che comportò un aumento dei dinieghi, con una stima di circa 80mila nuovi irregolari nel 2019. Più fondi per i rimpatri, più irregolari da rimpatriare, il paradosso perfetto di una politica che inseguiva l’effetto comunicativo senza costruire le condizioni strutturali per ottenerlo.












