di

Ilaria Sacchettoni

L’ipotesi del metodo mafioso e le indagini sul possibile inquinamento delle prove

Venti giorni dopo gli arresti, l’attentato senza movente, approda all’udienza del Tribunale del riesame col suo carico di interrogativi. La bomba che nessuno rivendica fu intimidazione mafiosa? L’avvocato Generoso Pagliarulo che difende, tra gli altri, il «veterano» del gruppo, il cinquantatreenne Antonio Passariello, ridimensionerà e attenuerà quell’accusa di strage aggravata che i pm Carlo Villani ed Edoardo De Santis hanno voluto contestare. Il suo cliente, assicura Pagliarulo, è vittima di una società che spinge ai margini i meno fortunati. Quei margini, dirà poi, hanno un nome: il rione Gescal di Cicciano, Napoli, dove Passariello ha imparato la trasgressione assai più dell’italiano. Semplice esecutore di un disegno ben più grande di lui.

Resta, in tutto questo, una circostanza che i pm cavalcheranno. Pur avvalendosi della facoltà di non rispondere, c’è stato chi, tra i quattro arrestati, ha offerto indirette conferme. L’organizzatore del blitz sotto casa di Sigfrido Ranucci, Pellegrino D’Avino, si è lasciato andare a un «non volevamo fare male a nessuno». Tradotto: è vero, abbiamo piazzato noi la gelatina da cava. Ebbene chi glielo aveva commissionato? E chi pagò quella somma alla buona (poco più di 5mila euro secondo i carabinieri del Nucleo Investigativo) come contropartita? Valter Lavitola è la scommessa della Procura. Tra le intercettazioni che incuriosiscono, senza minimamente essere materia penale, vi sono anche le centinaia di telefonate intercorse tra L.C. e Ranucci. La donna, estranea al perimetro dell’inchiesta, è però frequentemente citata nelle carte (quasi 7mila le telefonate censite).