Non un attentato finalizzato a uccidere, ma un’azione studiata per terrorizzare. È questa la conclusione a cui arriva il giudice per le indagini preliminari di Roma nell’ordinanza con cui dispone le misure cautelari nei confronti del gruppo accusato dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, avvenuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista a Torvaianica. Pur definendo l’episodio un fatto di “eccezionale gravità intimidatoria“, la giudice per le indagini preliminari di Roma, Iole Moricca, ha escluso l’accusa di strage contestata dalla Direzione distrettuale antimafia. La ragione è giuridica ma poggia su una lunga serie di elementi investigativi: allo stato degli atti non emerge la prova della volontà di uccidere, requisito indispensabile per contestare il reato previsto dall’articolo 422 del codice penale. Anche se nell’immediatezza dell’attentato si sottolineò che il rischio c’era stato.
Gli incaricati del “servizio”
L’ordinanza ricostruisce nel dettaglio la preparazione dell’attentato e i ruoli attribuiti ai cinque indagati: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone, Luca Amato e Marika De Filippis. Secondo la giudice, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Luca Amato avrebbero fatto parte del gruppo operativo incaricato di eseguire materialmente il “servizio”. Pellegrino D’Avino avrebbe svolto funzioni di raccordo e supporto logistico, mentre Marika De Filippis avrebbe garantito assistenza nelle varie fasi dell’operazione, contribuendo alla gestione dei contatti e degli spostamenti. Per il gip la gruppo non agì autonomamente. Dalle intercettazioni emerge infatti che il commando sarebbe stato assoldato da mandanti ancora sconosciuti, ricevendo alcune migliaia di euro per portare a termine quella che gli stessi indagati definivano un “servizio” o un “piacere” commissionato da terzi.












