di
Ilaria Sacchettoni
La pista della criminalità organizzata è dunque sfumata
Dieci ore di interrogatorio, quasi una maratona mnemonica, consegnano ai magistrati nuovi spunti sui quali lavorare e restituiscono agli esecutori di questo attentato sui generis qualche margine di manovra difensiva. Così, al netto di riscontri tutti da effettuare, Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello, affidano tre ulteriori certezze nelle mani dei magistrati e in cambio, forse, guadagnano la possibilità di mitigare il carcere.
Punto primo: Valter Lavitola ha mentito almeno una volta. Quando, cioè, ha ridimensionato l’input criminale riducendolo al proposito di «sparare quattro colpi di pistola» contro l’abitazione del suo amico Sigfrido Ranucci. Macché. Da Rebibbia i due «bombaroli» confermano che fu dato loro esplicito mandato di piazzare un «ordigno esplosivo» nei pressi di casa Ranucci. Dettagliando e spiegando meglio anche l’aspetto che riguarda la materia prima utilizzata, quella famosa gelatina da cava, instabile e desueta. Punto secondo: la delega criminale era accompagnata da un compenso non stellare ma, comunque, accettabile per l’operazione. Tremila euro in contanti, incassati dagli esecutori materiali del blitz. Più, probabilmente, qualche altra promessa mai mantenuta.












