di
Ilaria Sacchettoni
Oggi gli interrogatori, la richiesta del rito abbreviato. I legali: chiariranno il mandato
Bisognava fare rumore, promuovere la vittima al rango di martire, innalzarne la reputazione con un grande (ma innocuo) sconquasso. Dal carcere di Rebibbia, dove oggi è previsto l’interrogatorio di tre dei quattro esecutori materiali dell’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci, cioé Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello e Marika De Filippis, la prima risposta che filtra è un invito a rileggere le carte. A cominciare dalla gelatina da cava utilizzata per la detonazione, ossia «materiale esplosivo industriale sottratto in passato, conservato per anni in modo improprio e reimmesso oggi nel circuito illecito per finalità esclusivamente intimidatorie».
Si preciseranno meglio provenienza e quantità dell’approvvigionamento, spiegano gli avvocati difensori Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, e si chiariranno i contorni del blitz del 16 ottobre. Caduta l’ipotesi di strage, inizialmente formulata dal pm Carlo Villani, il vero nemico processuale resta l’accusa di metodo mafioso che, automaticamente, eleva le sanzioni e restringe la possibilità di una scarcerazione. «I miei clienti non sono camorristi», sottolinea Pagliarulo che invita a guardare la luna e non il dito. «Qui abbiamo le ammissioni di un indagato (Valter Lavitola, ndr) che dice di essere il mandante e ne dobbiamo tenere conto». La mafia, aggiunge il penalista, non c’entra. Si arriva, così, al cuore dell’interrogatorio di oggi. In soldoni i quattro furono reclutati (e pagati, almeno in una prima tranche) per realizzare i piani di un altro. Sigfrido Ranucci, per inciso, era un perfetto sconosciuto. La nicchia televisiva alla quale Report si rivolge, certo, non include i quattro piccoli pregiudicati. Pagliarulo si dice pronto a chiedere un processo con rito abbreviato — e relativo sconto di pena — semmai cadesse l’insidiosa aggravante della mafia.












