di
Ilari Sacchettoni
In Procura il giornalista non ha mai citato l’amico. Neanche dopo l’arresto degli attentatori
Grazie alle (pur lacunose) ammissioni di Valter Lavitola, sappiamo ora che i quattro esecutori materiali dell’attentato dinamitardo contro il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, i piccoli pregiudicati della provincia di Avellino, eseguirono il blitz su preciso input. Si tratta di un piccolo progresso a fronte dei molti silenzi. Ma per completare il quadro, il pm antimafia Edoardo De Santis, si propone almeno due obiettivi. In parallelo a ulteriori analisi sui dispositivi elettronici di Lavitola — cellulari e pc — il magistrato potrebbe risentire i protagonisti degli avvenimenti di Pomezia, gli indagati e la vittima. Quindi si delegheranno nuovi approfondimenti ai carabinieri del Nucleo investigativo e del Gruppo Frascati che in questi mesi hanno offerto riscontri precisi. Sul serio incombevano rischi sottovalutati sul giornalista Rai, come ha sostenuto il faccendiere? L’intenzione di riascoltare Ranucci è maturata all’indomani dell’arresto e dell’interrogatorio di Lavitola. Dalla Procura trapela perplessità verso una circostanza in particolare. Se è vero, come affermato dall’indagato, che questi suggerì l’ipotesi dell’intelligence israeliana dietro l’attentato del 16 ottobre, perché mai di tutto questo non vi è traccia nelle audizioni (in qualità di persona informata sui fatti) del conduttore? Ancora ai primi di luglio, dopo l’arresto di Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis, Ranucci fu riascoltato dal pm Carlo Villani ma non ne parlò e mai citò Lavitola. Eppure vi era già traccia del tentativo di insufflare questa ipotesi con un collaboratore di Report, il giornalista Daniele Autieri. Perché mai? Potrebbe essere stata l’incapacità di Ranucci a riconoscere nell’amico Lavitola il motore del blitz, certo. Sta di fatto che i magistrati dell’antimafia vivono quel silenzio come un’occasione mancata. Il conduttore, in tutto ciò, va avanti, lavorando al nuovo ciclo della trasmissione di Rai3 di cui avrebbe parlato giovedì con il direttore degli approfondimenti Paolo Corsini. Non sarebbero sul tavolo le ipotesi di un passo indietro del conduttore o di richieste di risarcimento in caso di allontanamento dal programma. Replica invece ai vertici Rai, che avevano lamentato un danno di immagine per l’azienda con conseguenze sulla raccolta pubblicitaria, l’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita: «Ora alla vittima di un grave attentato viene imputata la responsabilità di un danno di immagine e ne viene chiesta dalla politica la sostituzione: un paradosso morale con conseguenze gravi per la democrazia».












