Nei dispositivi sequestrati al faccendiere «amico fraterno» del conduttore di Report ci sono milioni di dati da analizzare. A lungo Lavitola avrebbe usato una vera e propria strategia del depistaggio, dopo aver intuito che stava per essere indagato. Fino a tirare in ballo anche il Mossad. I dubbi su quanto Ranucci sapesse delle azioni dell'amico e l'ipotesi che possa essere risentito dagli inquirenti

Sigfrido Ranucci, sentito dai magistrati romani come persona informata sui fatti dopo l’attentato del 16 ottobre alla sua abitazione di Pomezia, non ha mai fatto cenno all’amicizia fraterna con Valter Lavitola, nonostante gli inquirenti gli avessero chiesto di ripercorrere ogni aspetto della sua vita privata e lavorativa. Eppure, come ricordano sul Messaggero Michela Allegri e Valeria Di Corrado, il conduttore di Report frequentava spesso il Cefalù Bistrot di pesce, il locale romano di Lavitola, dove i due avrebbero discusso più volte di possibili mandanti dell’attentato. Ranucci era stato ascoltato anche davanti al procuratore Francesco Lo Voi, ma delle teorie del suo amico non ha mai riferito nulla. Solo mesi dopo sarà proprio Lavitola, ex direttore dell’Avanti!, a confessare di essere il mandante nell’interrogatorio di garanzia della scorsa settimana nel carcere di Rebibbia.