Modeste note a margine del cosiddetto caso Ranucci-Lavitola. Quando ti mettono una bomba sotto casa, tu – Ranucci – sei la vittima. Se anche, e va dimostrato, a commissionarti il presente è stato qualcuno che ti è, forse pericolosamente, vicino – Lavitola – tu sei vittima al quadrato. Non a metà. E neppure obliquamente complice, come invece si legge a righe alterne nelle supposte cronache di questi giorni.Si può cedere alla tentazione di citare in proposito il magistrato Giovanni Falcone. Solo per sottolineare quanto sia inveterata l’abitudine molto mafiosa e molto italiana di attribuire la responsabilità di un attentato a chi lo subisce. Quasi un condizionamento pavloviano. Scatta di fronte all’enormità del gesto e nell’opacità di un movente che non assicuri immediate certezze.«Questo – disse Falcone – è il Paese felice in cui se ti mettono una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode... la colpa è tua che non l'hai fatta esplodere». Il giudice si riferiva al fallito attentato dell’Addaura a proposito del quale ebbe a parlare di «menti raffinatissime». Alludeva, neppure troppo velatamente, alle convergenze che permettono di allineare la bruta violenza alle frequenze della sottile arte della delegittimazione. Molto più di un venticello che vibra al diapason della calunnia.Se una bomba ti colpisce, ti toglie di mezzo nel fragore. Ma, se per varie ragioni non deflagra o deflagra senza conseguenze dirette sulle persone, offre comunque formidabili occasioni per dare addosso a chi l’ha scampata. Quale che fosse l’intento originario.Nel caso di Report e di Ranucci ha già prodotto la cancellazione delle repliche del programma. Una sentenza cautelare su un caso aperto. Motivata con una frase buttata lì da Paolo Corsini, direttore dell’approfondimento della tv. Di Stato. Non del governo. Dunque, estrapolata o no dal contesto, la notizia di cui Corsini era in possesso è che se qualcuno avesse avuto di che lamentarsi per i servizi di Report doveva fare un salto al ristorante di Valter Lavitola. Praticamente qualcosa tra l’ufficio reclami e una mutua anti-inchieste. Ma perché Corsini non è corso a interrompere la questua dell’intangibilità? Perché attendere i primi esiti dell’inchiesta della procura di Roma e usarla come provvidenziale arma liquidatoria? Perché, se quel che ha detto fosse vero e non una gratuita calunniosa illazione, sarebbe pregiudicata l’indipendenza e la genuinità del lavoro di Report.Intanto però il tratto di penna sulle repliche scatta. Dunque: un giornalista subisce un attentato, si scopre, ma è tutto da vedere, che è opera di una persona che conosce, che ha utilizzato come fonte e con la quale ha instaurato un rapporto di amicizia. E si infierisce sulla vittima. L’ordigno non l’ha colpito. Il sospetto sì.Suvvia, però se non avesse frequentato Lavitola… corrono a ripetere i moralisti in servizio permanente effettivo. E così il peso dell’ordigno diventa colpa. Al quadrato. Qui si può discutere, e parecchio. Dicendosi però con franchezza che frequentare una fonte non significa dipenderne. Esserne condizionati è un’altra storia. E, a voler stabilire per decreto la distanza di sicurezza tra un giornalista e una fonte, buona parte del giornalismo italiano farebbe bene a tenersi lontana dal metro. Rischierebbe di dover rivedere parecchio al ribasso le proprie quotazioni di indipendenza.
Con un sospetto e una calunnia liquidano Report
L’arma dell’inchiesta dei pm usata per silenziare un programma che ha dato filo da torcere al potere













