A cavallo di Ferragosto le migliori penne italiane si accapigliano per Valter Lavitola e soprattutto Sigfrido Ranucci. Come va considerato il prode Ranucci, nel cui fin troppo impegnativo nome si racchiude probabilmente una vocazione superiore ai mezzi concessi da madre natura: una vittima o – non sia mai – un truffatore dei creduli suoi spettatori?

Con voce incrinata, Marianna Aprile sottolinea che l’ordinanza cautelare con cui il giudice per le indagini preliminari di Roma ha spedito a Rebibbia Lavitola certifica che egli è «vittima di un attentato». Siamo andati a controllare il ponderoso provvedimento: non è così.

Dalla lettura dei due reati contestati a Lavitola e ai supposti complici si evince che, assai più modestamente, Ranucci è parte offesa di un reato da ex pretura: il danneggiamento che ha reso inservibili le «autovetture Opel Adam e Ford Ka – intestata la prima a Sigfrido Ranucci e la seconda alla moglie – nonché il cancello e il muro perimetrale dell’abitazione di Sigfrido Ranucci». Insieme a esso viene contestato a tutti gli indagati il reato di «porto in luogo pubblico di esplosivi»: nella sostanza, l’ordigno che ha causato tale sconquasso. Stop.

L’ordigno in questione è una sorta di botto di Capodanno, di quelli che a migliaia vengono festosamente e imprudentemente esplosi l’ultima notte dell’anno, causando molte vittime, ma senza che nessun magistrato si sogni di contestare il metodo mafioso, come a Lavitola. Per il futuro, chissà: la giurisprudenza evolutiva ci ha abituato ai miracoli.