Le volte in cui Sigfrido Ranucci è stato sentito dai pm di Roma come persona informata sui fatti, dopo l'attentato dinamitardo subito il 16 ottobre, non ha mai fatto menzione dell'amicizia fraterna con Valter Lavitola. Eppure gli era stato chiesto dagli inquirenti di scandagliare nella sua vita lavorativa e privata per cercare di capire chi potesse aver deciso di piazzargli una bomba sotto casa, a Pomezia, alle porte della Capitale. Perché il giornalista avrebbe dovuto parlare di Lavitola, visto che lo considerava un insospettabile amico? Anche solo per il fatto che il proprietario del "Cefalù Bistrot di pesce", locale romano nel quale Ranucci andava spesso a mangiare, aveva ipotizzato con lui vari scenari sui possibili mandanti che avrebbero senz'altro destato interesse negli investigatori.

Quindi il conduttore di Report, sentito davanti allo stesso procuratore di Roma Francesco Lo Voi, oltre a ripercorrere i servizi giornalistici trasmessi o la cui messa in onda era stata annunciata, avrebbe potuto riferire delle teorie di Lavitola; il quale probabilmente sarebbe stato convocato - almeno nella fase iniziale delle indagini - come persona informata sui fatti. All'ex direttore dell'"Avanti!" i carabinieri sono arrivati comunque, nei mesi successivi, scoprendo che è stato proprio lui il mandante dell'attentato, come poi ha confessato mercoledì nell'interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbiba.Cosa sapeva l'ex editore L'analisi del contenuto del telefono di Lavitola, sequestratogli lo scorso 4 luglio, «ha permesso di accertare come lo stesso, già nei primi giorni dopo l'esecuzione dell'atto intimidatorio, aveva iniziato a manifestare a Ranucci il proprio convincimento in merito a un possibile coinvolgimento di servizi segreti stranieri nel grave atto intimidatorio subito», viene spiegato nell'informativa dell'Arma del 22 luglio.«Rilevante, sul punto, il messaggio delle ore 16.47 del 20 ottobre 2025» inviato dal ristoratore di Monteverde al giornalista: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio. Forse hanno avuto notizie da intelligenze straniere per muoversi così, a mio modesto avviso». «Lavitola proseguiva evidenziando le proprie preoccupazioni - si legge nella sua ordinanza di arresto - e chiedendo all'amico di non "sottovalutare questa cosa" e di fare ciò che gli aveva "chiesto". Ranucci rassicurava l'interlocutore con il messaggio "Sì certo"».Ma di questa teoria dei servizi segreti israeliani che lo minacciavano, il conduttore di Report non ha mai parlato agli inquirenti, nonostante l'amico gli avesse chiesto di non sottovalutare la cosa. E ora, stando all'ultima versione di Lavitola, sarebbe stato proprio il timore di un attentato da parte del Mossad ad averlo portato a commissionarne uno (finto) contro il suo amico.Nelle settimane successive all'attentato, leggendo gli articoli di giornale, «indirizzava Ranucci verso la tesi che l'atto dinamitardo fosse collegato direttamente alla camorra». O ancora: «Ti ripeto, in nome di Dio, dammi retta!!! Il vero pericolo che hai tu sono: "gli odiatori"». «Non sto facendo allarmismi inutili, ti assicuro». «Emblematica - sottolinea il gip - appare l'insistenza del Lavitola a proporre al Ranucci, piste investigative legate alla criminalità organizzata e/o ai servizi segreti». Piste che il giornalista, parte lesa nell'inchiesta, non ha però riferito agli inquirenti.Gli albanesi e Tavares Subito dopo l'attentato, parlando con "Il Messaggero", aveva ipotizzato: «Gli autori conoscono i miei movimenti, non sembra un gesto improvvisato. Vicino casa c'è un boschetto zona di spaccio di narcotrafficanti albanesi dello stesso giro di Piscitelli».Uno degli esecutori dell'attacco dinamitardo, intercettato dai carabinieri, «comunicava al padre ulteriori istruzioni ricevute dai mandanti: qualora fosse stato arrestato, avrebbe dovuto riferire che l'ordigno lo aveva piazzato per conto di un albanese conosciuto a Ostia tre giorni prima per affari di narcotraffico, che gli aveva dato come contropartita 3.000 euro, ma che lui non conosceva chi fosse l'obiettivo».Anche sulla conoscenza con Clesio Gomes Tavares, Ranucci era stato laconico. Dopo aver saputo che il camerunense aveva fatto da intermediario con la banda campana che gli aveva piazzato la bomba sotto casa, il giornalista - intervistato - aveva definito Tavares un semplice factotum di Lavitola incontrato nel 2019 nel suo Bistrot. Ma c'è una foto del 2022 che lo immortala insieme a Tavares e Lavitola. E due anni dopo Sigfrido chiedeva a Valter: "Mi presti Tavares?".