ROMA - Torna a parlare Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci. Dopo il silenzio davanti ai pm, aveva preferito i giornali e le tv: interviste finite all'esame dei carabinieri del nucleo Investigativo in quanto possibili messaggi trasversali. E ieri è tornato a chiarire la propria posizione, ma ancora a mezzo stampa, attraverso un comunicato firmato dai suoi legali, Sergio e Arturo Cola. Annuncia che da questo momento parlerà solo con i pm, ma dopo avere preso visione degli atti. Nega di avere mai minacciato, trasversalmente, l'amico giornalista, si dice assediato dalla stampa, che sta mettendo in difficoltà il suo ristorante attraverso il quale vive la famiglia. Infine, racconta il business del carbon credit in Camerun, curato da Clesio Gomes Tavares, presunto mediatore con gli esecutori materiali della strage. E ammette la presenza di investitori che adesso, però, vorrebbero tirarsi indietro.
La nota Sulle interviste precisa: «Basterebbe sentire il giornalista che mi ha intervistato per verificare che ho solo risposto a domande che mi sono state rivolte liberamente, aggiungendo solo di essere rammaricato per il fatto che il mio amico Sigfrido avesse pronunciato un "se" sul mio possibile coinvolgimento e che avesse parlato di mio figlio piccolo, affetto da un problema di salute. Probabilmente anche lui, come me, sarà stato spinto da emotività». Poi il ristorante e l'assedio della stampa, che l'ha costretto a cambiare abitudini: «Definire il ristorante un covo di giornalisti, magistrati, uomini dello Stato (anche Servizi Segreti), prelati, politici, banchieri e diplomatici, adombrando misteri e complotti, rischia di allontanare la maggior parte degli ospiti costituti da tante famiglie e persone del quartiere». Quanto al Carbon credit, al quale dice di dedicarsi da anni, sottolinea: «Si sta seriamente pregiudicando la realizzazione dei vari progetti in essere, in quanto gli investitori già danno segnali di allontanamento». E avendo letto «enormi sciocchezze», intende chiarire che in Africa «tutto può nascere solo dal rapporto di simbiosi con le comunità locali rurali e forestali, che sono i proprietarie delle aree e quindi, di fatto, i più importanti soci di questa attività. Il mio ruolo principale, - precisa - così come quello di Gomes, è quello di sviluppare questi rapporti con le citate comunità alle quali andrebbe circa il 30% dei ricavi, cosa che muterebbe completamente le loro vite, trattandosi di un business dai numeri giganteschi». E non nega: «Ovviamente per sviluppare tali attività c'è necessità di avvalersi di importanti fonti finanziarie». In attesa dei ricavi, intanto, sta costituendo una ong «della quale sarò il presidente finalizzata a dare sin da subito aiuti alle comunità locali anche di paesi non interessati all'attività. In tale contesto ho cercato e sto cercando testimonial e supporter». Poi il ruolo di Ranucci: «Gli devo molto: mi ha spiegato, dopo aver fatto un'inchiesta sulla questione, che il punto debole della credibilità dei Carbon Credit era la mancanza di certezza su chi fosse il reale titolare dei diritti a produrli; in Africa: le comunità locali». Infine annuncia querele per le «menzogne» divulgate: «Ossia che chi aveva problemi con Report bastava che parlasse con me, che io potessi influenzare qualche puntata di Report (ipotesi fatte da colleghi invidiosi della trasmissione o con l'obiettivo di demolire il giornalista di inchiesta più autorevole d'Italia), che io sia un uomo addentro a misteriosi poteri». Intanto dagli atti emerge quali sarebbero stati i presunti accordi tra il mandante e gli esecutori. «Io conosco a te, a loro non li voglio conoscere». La triangolazione doveva funzionare così. Era stata diffusa da pochi giorni la notizia che gli inquirenti avevano individuato l'auto, proveniente dalla Campania, utilizzata per il "colpo". Gli avellinesi, già intercettati, si allarmano e commentano. Pellegrino D'Avino, l'uomo arrestato con l'accusa di strage insieme ad altre quattro persone, che al pm ha detto «nessuno voleva fare male a nessuno», il 4 aprile scorso spiega ai presunti sodali quali siano gli accordi. In una conversazione, annotano i carabinieri del nucleo Investigativo di Roma, che il soggetto terzo, «probabilmente il soggetto indicato come "quello", non avrebbe avuto intenzione di conoscere il gruppo degli attentatori». Un accordo ribadito alcuni giorni dopo in un altro dialogo intercettato: «Non vuole conoscere loro di persona», dice D'Avino, riportando, probabilmente quello che Clesio Gomes Tavares, uomo di fiducia di Lavitola, e presunto mediatore tra l'ex editore e gli esecutori materiali, deve avere spiegato loro.






